Trentino Val di Fassa

Quattro giorni in trentino:

Di solito non scrivo mai o non commento mai i miei viaggi, questa volta invece due paroline le vorrei scrivere.
Premetto che questa piccola escursione di 4 giorni fatta in auto e non in moto, mi ha ugualmente lasciato un ricordo di alcuni posti che non avevo ancora visitato positivi.
Alloggiando a Pozza di Fassa in un gradevole albergo con tutti i comfort del  caso, in questi quattro giorni di mia permanenza in loco ho visitato tempo (meteo) permettendo alcuni posti già visti in passato ma anche nuovi posti sempre sentiti nominare ma mai visitati .. uno di questi e il Passo San Pellegrino.

Il suo lago chiamato appunto Lago di San Pellegrino situato in un contesto verde a quota 1.918 racchiude un panorama unico di colori e suoni… suoni provenienti dalla natura che circonda questo lago.
Salendo poco su di qualche metro si arriva alla vetta del passo dove troviamo un impianto di risalita per le piste scii e ai margini della strada una chiesetta.
La piccola chiesa che sorge in località Passo San Pellegrino, con orientamento a est, fu costruita nel 1934 in sostituzione di quella un tempo annessa all’ospizio di San Pellegrino
che si trovava poco più a nord dell’attuale edificio. Rimasto in funzione per molti secoli, prima sotto la guida dell’ordine di San Pellegrino e dal XV secolo sotto una gestione laica,
il complesso assistenziale fu distrutto nel corso della prima guerra mondiale (1915).
In seguito alla ricostruzione il nuovo tempio fu intitolato a Sant’Antonio da Padova.
La facciata è preceduta da un portico stretto tra contrafforti in pietra e rialzato su tre gradini, sotto il quale si apre il portale profilato in pietra.
Le murature delle fiancate laterali sono percorse in basso da una zoccolatura continua; trifore cuspidate si aprono sui lati nord e sud.
Sul lato sinistro, tra il presbiterio e la sacrestia, si inserisce la struttura del piccolo campanile a quattro monofore cuspidate, cimato da una copertura a piramide.
L’interno si sviluppa a aula unica a pianta ottagonale irregolare, sormontata da una volta a padiglione. Il presbiterio, rialzato su tre gradini, è delimitato da una balaustra marmorea.
Ma il mio giro per le Dolomiti non finisce qui, infatti tornando verso Moena e prendendo direzione Canazei seguo le indicazioni per il Passo Sella una delle mete più ambite dai ciclisti e motociclisti  e stato più volte scalato dal Giro d’Italia e rappresenta uno dei passi più leggendari a cui sono legate vicende agonistiche dei più forti ciclisti di tutte le epoche.
Il Passo Sella a 2.244mt e una distesa che separa il massiccio del Sassolungo dal gruppo del Sella e segna il confine naturale tra Val di Fassa e la vicina Val Gardena.

Paesaggio mozzafiato.

Il mio viaggio mi porta anche in quel del Passo Pordoi, 2.239mt  vetta e meta raggiunta tantissime volte in moto in auto.. insomma impossibile non passare.
La salita inizia da Canazei e sono circa 12 kM per un dislivello di 800m. si prende la SR48 quando  la salita vera e propria inizia superata la chiesetta di San Floriano, e da qui ci sono ben 26 tornanti ci separano dal passo ma ne vale veramente la pena.. ancora di più se prendiamo la cabinovia per salire sulla vetta del sasso, li il panorama e unico a mt 2.950 .

In cima al Passo Pordoi  , e stato anche  realizzato un monumento dedicato a Coppi, passato per primo durante il Giro d’Italia per ben 5 volte.
Vi consiglio tanti posti da visitare tornando a valle  come a pochi chilometri da Cavalese l’impianto di risalita dell’Alpe Cermis, oppure subito dopo Pozza di Fassa andando verso Moena il Lago di Soraga.

Sono tante le cose da vedere in trentino e io vi ho segnalato forse le più conosciute e le più frequentate, non bastano 4 giorni per assaporare questi luoghi ma sicuramente 4 giorni vi fanno dimenticare i problemi quotidiani o meglio se non a dimenticare almeno non pensare in questi giorni di vacanza.

<grazie per aver letto questo breve racconto.

 

       

Andalusia Trip 2010


Andalusia Trip 2010

1°Giorno.   Mi sento arrugginito, come impacciato alla guida e poi sono troppi anni che non avverto quel brivido che mi assale nei grandi viaggi in moto tale da scuotermi intimamente ma ora impugno saldamente il manubrio del mio GS e ripeto a me stesso che è tutto vero sono in Andalusia, precisamente a San Jose de Nijar sul Cabo de Gata minuscolo pueblos blancos a ridosso del mare e immerso in una natura meravigliosa reduce da un’escursione in fuoristrada passando per le stupende spiagge del Monsul e de los Genoveses, oltre ad essermi ricoperto di polvere attraversando gli sterrati di Los Albaricoques, Agua Caliente e Cortijo del Frailes……… ”E’ più Messico del Messico”….. diceva il grande Sergio Leone trovando qui grandi ambientazioni per i suoi Western, l’Hotel stesso in cui io e mio fratello alloggiamo, il Cortijo de Sotillo, tipico edificio basso imbiancato a calce, ha visto esibirsi attori del calibro di Clint Eastwood, Lee Van Cleef e il nostro Gian Maria Volontè. Mi attendono ancora la miniera d’oro, oggi in disuso, di Rodalquilar (location del 3° Indiana Jones, Giù la testa, etc) ma la giornata sta volgendo al termine, il GS e il KTM di mio fratello sembra siano reduci dalla Dakar. Devo togliermi la polvere di dosso e domani il viaggio deve proseguire.2° Giorno.     Abbondante colazione, carichiamo i bagagli, la giornata è radiosa e l’aria frizzante. Ci dirigiamo a Nord Ovest verso il deserto di Tabernas ma potremmo essere in Arizona, il paesaggio si presenta stupendamente arido solcato da numerosi corsi di fiume in secca (Ramblas) l’asfalto è perfetto e si inerpica sulle alture della Sierra Alhamilla dove schiere di motociclisti approfittano del clima, delle strade e della Pasqua per godere della comune passione. Immancabile sosta alla Mini Hollywood, i set cinematografici in stile vecchio west ma anche messicano di Sergio Leone ed appena posteggiate le moto sentiamo riecheggiare i motivi di Ennio Morricone è infatti in atto uno spettacolo di attori locali che inscenano una rapina, un inseguimento, la cattura e addirittura un’esecuzione per impiccagione dei “Bandidos”. Riprendiamo la marcia sulla Autovia A92 verso Granada ma dopo una cinquantina di chilometri usciamo momentaneamente dall’autostrada (gratuita) all’altezza di Calahorra un paesino ai piedi della Sierra Nevada che ovviamente si presente con le cime imbiancate, a dominare il paese su di una collina un sorprendente castello in stile Mogul?! Il colpo d’occhio è pazzesco. Consumiamo un pasto frugale in un bar prima di accomiatarmi da mio fratello per pochi minuti, l’estacion di Calahorra ora in stato di abbandono a solo 6 Km. sull’altro versante dell’altipiano, location ferroviaria del grande regista romano che non potevo perdermi, posteggio la moto in giro non c’è nessuno e immortalo su nastro e schede di memoria le immagini del luogo e riparto riprendendo il panoramico tragitto verso Granada avvistando in prossimità di Guadix le abitazioni troglodite ancora oggi in uso e superando il lussureggiante parco naturale dell’Huetor a poche decine di chilometri da Granada dove raggiungiamo l’Hotel prenotato dall’Italia.

3°& 4° Giorno. L’intera giornata la dedichiamo alla visita di Granada. Lasciamo le moto nel garage dell’Hotel e con un taxi, che qui in Spagna costano davvero poco, ci facciamo accompagnare al Mirador de San Nicholas, un belvedere su l’intera città e su l’Alhambra con, sullo sfondo, le cime più alte della Sierra Nevada con il Pico Veleta, la visione di tutto ciò è assolutamente imperdibile. Foto e filmati di rito e a piedi scendiamo verso il caratteristico quartiere arabo di Albayzin ammirando i tipici edifici in stile moresco, ancora a piedi ci dirigiamo verso il Barrio de Sacromonte con abitazioni ma soprattutto locali scavati nella collina che offrono lo spettacolo del flamenco in tutte le salse. Pranziamo in locali all’aperto sotto all’Alhambra che visitiamo subito dopo pranzo grazie alla provvidenziale prenotazione su internet da casa ci siamo assicurati due posti per le ore 16,00 precise davanti, recita il ticket, al Palacio Nazaries mentre per tutto il resto lo si può visitare a proprio piacimento. In passato avevo già avuto modo di ammirare i giardini del General Life, l’Alcazaba etc. ma per un motivo o per un altro mi era sempre sfuggita la “perla” il Nazaries e la realtà per una volta è andata oltre ogni immaginazione, chi ha avuto modo di entrarvi sa di cosa parlo, la raffinatezza delle sale, dei soffitti intarsiati, dei giardini interni oltre della collocazione in se sono di una raffinatezza indescrivibile. Usciamo dall’Alhambra e ancora a piedi scendiamo verso il centro di Granada dove in una piazzetta consumiamo la nostra cena per poi fare rientro in Hotel.

5° Giorno  Una notizia allarmante ci raggiunge dall’Italia, pensiamo di interrompere il viaggio ma poi dopo averne parlato a lungo decidiamo di proseguire, ripartiamo da Granada impostando il navigatore (utilissimo fino a questo momento) per Ronda. La giornata è di nuovo bella dopo quella nuvolosa del giorno prima  ma la temperatura non è così gradevole almeno in certe zone  oscillando in prossimità di Antequera, bellissimo paese immerso nella campagna andalusa, intorno  14-15° verso metà mattinata. Raggiungiamo Ronda ma il navigatore, impostato sull’Hotel “Poeta de Ronda” a solo venti metri dal “Ponte Nuevo”, ci impone una antica stradina di accesso al centro con, dapprima,  un passaggio vertiginoso su un antico ponticello e successivamente vedo il percorso restringersi sempre più ma soprattutto innalzarsi per una pendenza da paura al che, anche incrociando lo sguardo terrorizzato del fratello, decido di fare di testa mia e di raggiungere la nostra meta per un percorso adatto ai mezzi a motore e non ai climber!!! Scarichiamo i bagagli davanti alla bella struttura ricavata da uno storico edificio completamente ristrutturato, per il gs e la carotona però non c’è spazio, quindi l’unica soluzione è un garage sotterraneo a pagamento per € 15 al dì. Come per Granada, Ronda è una vera perla, spettacolare, edificata come è su di una montagna spaccata in due ed intorno un orrido di oltre cento metri e collegata da questo ponte, famoso nel mondo.

6° Giorno.    Il giorno seguente ripartiamo da Ronda di primo mattino, il cielo è terso, puntiamo verso Sud Ovest verso Algeciras percorrendo splendide e semideserte strade di montagna, attraversiamo la caotica Algeciras e ci dirigiamo a Tarifa attraverso la panoramica strada costiera, in un unico colpo d’occhio lo stretto di Gibilterra con le navi che incrociano il passaggio e la costa del Marocco. Sostiamo a Tarifa per pochi minuti non è infatti possibile trovare parcheggio per le nostre moto! Riprendiamo la strada verso Nord Ovest fiancheggiando bellissime spiagge spazzate da un forte vento e dopo una sosta per rifocillarci in una trattoria lungo la strada riprendiamo il nostro cammino verso Jerez de la Frontera affidandoci all’insostituibile navigatore per trovare l’Hotel (Palmera Palace) ubicato in centro e proprio di fronte alla Sandeman         una delle “Bodegas” che hanno reso celebre la zona, disseminati per il centro le indicazioni per visitare Sandeman, Tio Pepe, Fundador e altre. Non sono un esperto ma comunque conoscere come il Porto, Cognac, Sherry etc. vengono creati è interessante. Per il resto il centro di Jerez non ci dice gran che, piuttosto squallido e in abbandono. Il fratello propone di riprendere le moto per compiere un’escursione ad una trentina di Km. a Sanlucar de Barrameda sul Gadalquivir ad ammirare il parco faunistico della Donana che si estende fino alla provincia di Huelva ad Ovest ma sono un po’ troppo stanco e rimango in Hotel, tuttavia al suo ritorno il fratello mi riferirà di essere riuscito a vedere ben poco e di non essersi fidato di lasciare la moto in una zona poco rassicurante con facce da “tagliagola”.

7° Giorno.     Di nuovo in sella per una lunga tappa di oltre 530 Km, da Jerez de la Frontera a Cabo de Gata che ci riavvicinerà a Barcellona attraversando dolci e verdi colline in un tragitto, Specie prima di Antequera, che più “motociclistico” non potrebbe essere con asfalti perfetti dai bellissimi curvoni che corrono per alture, laghi ed una bellissima campagna. Doppiata Granada puntiamo a Sud verso l’ultima meta programmata dall’Italia, le Alpujarras, sul versante Sud della Sierra Nevada ma il meteo volge al brutto e inizia a fare freddo! Per giunta per una incomprensione perdo per strada il mio compagno di viaggio.         Sulla Autovia per Motril devio per Lanjaron e le Alpujarras ma subito il paesaggio non mi impressiona più di tanto e solo dopo Orgiva, deviando verso Nord per Capileira, Bubion e Trevelez la “musica” cambia, il tragitto si fa impervio e poi ardito. La strada sale sempre più ma l’asfalto è sempre perfetto e tiene da paura ma il piacere della guida è distolto da quanto mi sta davanti agli occhi, anzi sopra di me. I pueblos blancos di Bubion e Capileira sono semi avvolti dalle nuvole a strapiombo sul precipizio, proseguo oltre l’abitato di quest’ultimo e il tragitto continua a salire per tornanti mappati sul gps come percorso sterrato ma ad un certo punto un cartello proibisce di proseguire. Apro la cartina e realizzo di essere sulla mitica “carrettera mais alta d’Europa” che porta anzi portava ai 3.400 Mt. Del Pico Veleta inibita al traffico da quasi un ventennio. Ridiscendo fino al paese, parcheggio la moto e armato di videocamera filmo il paesaggio, penso a quanto sarebbe bello con il sole! ma la realtà minaccia pioggia e decido di ripartire, mancano ancora tanti chilometri all’arrivo, procedo verso Est e in giro non c’è nessuno, le curve non finiscono mai scendendo a valle trovo una nuovissima superstrada puntare verso Almeria, nemmeno mappata sul navigatore, un percorso molto divertente ma sul più bello un cantiere lungo la strada mi blocca, si avvicina un operaio mi dice che l’unico modo di proseguire è di imboccare una mulattiera di montagna proprio a fianco a me, penso stia scherzando ma anche se con il sorriso in volto non scherza affatto. Sono perplesso l’omino mi parla di 8 km. di fuoristrada che a giudicare di come il percorso si impenna non mi tranquillizza affatto carico come sono, escludo l’idea di trovare un’altra strada, so bene non esserci alternativa a meno di percorrere una lunghissima deviazione e la stanchezza inizia a farsi sentire. Parto spavaldamente per il tragitto off road usando cautela per l’attrezzatura elettronica che mi porto appresso e a parte un paio di punti “delicati” riesco a coprire l’intero tragitto senza problemi, svalico ad Est di Almeria e in poco più di mezz’ora raggiungo l’albergo “Cortijo el Sotillo” sul Cabo de Gata che raggiungo nel tardo pomeriggio in una luce meravigliosa.

8° Giorno.      L’ultimo giorno in Spagna è solo un lungo trasferimento autostradale verso il porto di Barcellona. Il consuntivo del viaggio è molto positivo, abbiamo percorso in totale quasi 4.000 km. su strade bellissime ma trovando anche il tempo di scendere dai nostri mezzi e visitare luoghi straordinari. Sul nostro taccuino registriamo: Per le sistemazioni alberghiere, egregie, ci siamo avvalsi di booking.com che riporta con cura ubicazioni, foto, servizi e anche i giudizi dei clienti che vi sono transitati. Per la tratta Genova-Barcellona abbiamo viaggiato con GNV che compie una comoda e tutto sommato economica traversata, a tal proposito l’unica rimostranza verso la nave del ritorno che viaggiava scandalosamente con quasi quattro ore di ritardo imbarcando uomini e mezzi a notte fonda. Le moto: BMW R1200GS e KTM 990 Adventure  che non hanno accusato il minimo inconveniente. Le strade andaluse sono praticamente tutte in ottime condizioni, assai frequenti le pattuglie della Polizia che offrono un vero controllo del territorio. Le autovia spagnole sono da Alicante in giù quasi tutte gratuite ed il traffico è spesso e volentieri assai scarso mentre le stazioni di carburante sono ben disseminate per il territorio e il prezzo della benzina è un po’ più basso che da noi. Infine abbastanza numerosi gli autovelox ma ovunque molto ben segnalati.

Mongolia Ulaanbatar

AUSTRIA- UNGHERIA- ROMANIA-MOLDOVA-UCRAINA–RUSSIA-MONGOLIA

ANDATA E RITORNO KM 23.500!

Arrivare in Mongolia è stato sempre uno dei miei sogni nel cassetto, il desiderio di mettere in pratica questo viaggio diventa ogni giorno sempre più forte .
L’esperienza di ventisette anni maturati in sella ad una moto ed esplorando mezzo mondo , mi convince che con l’aiuto della mia compagna Silvia , la quale parla perfettamente il russo, possiamo serenamente realizzare questo fantastico e difficile viaggio Roma /Ulaanbaatar (Mongolia ) .Siamo coscienti entrambi che il viaggio è molto difficile ed impegnativo, i chilometri da percorrere sono tantissimi , durante il tour ci sarà un grande stress fisico e mentale, ma il piacere di realizzarlo è molto forte e supera tutto e tutti.Inizio a fare studi e ricerche su internet , conoscendo guide, persone che sono state in Mongolia e cerco di documentarmi il più possibile sulle frontiere, le strade, il popolo, le sue usanze , il clima , i pericoli , i percorsi più adatti alla mia moto stradale .Compro anche guide, carte topografiche ed inizio a pianificare il tutto dopo essermi documentato ben bene . Quotidianamente prendo contatti con gli sponsor.

Il giorno 27 Gennaio ricevo una telefonata da una nota azienda motociclistica che è interessata al mio programma di viaggio . Ma, purtroppo, dopo alcuni giorni mi viene comunicato telefonicamente che non possono sostenermi nel mio progetto.

A malincuore ringrazio la stessa e dopo questa ennesima delusione decido di partire con la mia moto, che non mi ha mai deluso e di non contattare nessun’ altra azienda .

Nel frattempo la mia moto si trova dal mio meccanico di fiducia, Andrea , il quale, come sempre, non molta accortezza ed amore , effettua tutti i controlli possibili ed immaginabili, preparandola all’imminente tour… la terra del grande’ Gengis Khan.’

Di pari passo avviene lo studio con la mia compagna Silvia sulle tappe da effettuare , i siti e le città di maggior interesse che dovremo visitare e concordo con l’Azienda di pneumatici Metzeler , mio sponsor , quale sarà la città in Russia dove poter avere un appoggio per un cambio gomme .

Anche la mia preparazione atletica è presa molto seriamente, l’allenamento è costante, ogni giorno per sei volte la settimana , non devo trascurare niente in questo viaggio il più lungo della mia storia.

Il mio conforto deriva senza dubbio anche da Silvia che, parlando il russo , potrà essermi di grande sostegno .

La destinazione questa volta è veramente lontana , attraverso Austria,Ungheria,Romania,Moldova Ucraina , Russia fino al lago Bajkal, per poi arrivare ad Ulaanbaatar e ritornare indietro.

Il giorno 6 Aprile , dopo un colloquio telefonico con l’azienda di pneumatici Metzeler , si arriva ad un accordo: avrò l’assistenza di un cambio gomme nella città di Barnaul ( Russia) ed inoltre la stessa si impegna a seguirmi attraverso il viaggio per avere notizie del un nuovo pneumatico (interace z8) .

In questo periodo l’allenamento in palestra e l’allenamento in moto, si sovrappongono ed appena mi si presenta l’opportunità percorro anche oltre 400 km in un giorno.

È il 17 /04/2010 , con Silvia valuto il viaggio, purtroppo sono nati dei problemi burocratici relativi a documenti a Lei , da rilasciarsi in Moldova , molto probabilmente dovrò affrontare il viaggio da solo .

Intensifico maggiormente la mia preparazione atletica , allenandomi giornalmente per due ore una cardiovascolare , l’altra in potenziamento.

Il giorno 24/04 faccio il biglietto aereo per Silvia : che partirà il 24 luglio e rientrerà a Roma il 31 agosto , mentre io affronterò il viaggio in solitaria . E’ un peccato non condividere con lei questa esperienza sarebbe stata tutta un’altra cosa .

Il giorno 28 /04 mi presento in agenzia che mi prepara il visto per la Russia e la Mongolia.Nel frattempo incomincio ad elencare tutto ciò che mi può servire ed aspetto il grande giorno per la mia partenza.

Finalmente il 25 Maggio ho sul mio passaporto entrambi i visti per oltre 90 giorni

LA PARTENZA 

Siamo al 30 giugno, libero da impegni di lavoro mi preparo ad iniziare un nuovo tour , questa volta in solitaria .

Alle 22,00 vado a letto, ma il caldo afoso di Roma e la tensione del viaggio mi tengono sveglio fino alle 23 , quindi decido di partire viaggiando di notte evitando il gran caldo.

Alle 23, 30 sono in partenza , l’avventura inizia , percorro buona parte dell’Italia attraversandola di notte e al fresco.

Alle 01,25 faccio una breve sosta, mangio qualcosa e subito proseguo , alle 3,30 sono a Firenze ; l’autostrada è trafficata per la maggior parte da tir, il periodo dei vacanzieri non è ancora arrivato. Si viaggia benissimo e con la massima tranquillità.

Il 1 luglio alle 11, 15 entro in Austria , l’attraverso con molta calma in sette ore.

Alle 18,30 sono in Ungheria nella località di Sze’kesfehervar , avendo percorso oltre 1200 km, in diciannove ore ,comprese le rispettive soste di riposo e rifornimento di benzina
Alle 21 vado a letto provato dalla stanchezza.

Alle 6 del giorno successivo mi sveglio, alle 6,30 faccio una colazione veloce ,dopodiché sono immediatamente in moto per proseguire verso la Moldova, durante il percorso do sfogo ai cavalli della moto che si erano troppo rilassati nelle autostrade italiane ed austriache .

Sono le 11,30, transito il confine romeno e alle 20 sono a Bacau dove pernotto in un motel molto grazioso per una modica cifra di meno di venti euro .

Alle 4 del mattino del 3 luglio suona la sveglia , mi preparo velocemente , ricca colazione e via; la temperatura è molto bassa , ci sono stati temporali con allagamenti nella nazione, visti fortunatamente anche da me , ma in lontananza .

Per un’ora incontro nebbia e durante il tragitto,vedo un motociclista con i suoi abiti vistosamente lacerati , la moto completamente distrutta nella parte anteriore e gli chiedo cosa sia successo , mi risponde di non aver visto un bovino in mezzo alla strada a causa della forte foschia. Ritengo sia un miracolo il fatto che non si sia ferito più seriamente !

Tutto ciò mi fa riflettere ancor di più e prendo consapevolezza dei pericoli ai quali posso andare incontro. Continuo il viaggio nella massima concentrazione , non appena mi accorgo di avere un minimo di stanchezza , mi fermo e mi riposo anche per soli dieci minuti.

Alle tredici dello stesso giorno sono in Moldova a casa dei genitori di Silvia , ho percorso oltre 3000 km . Rimango qui fino al 5 luglio .

Il giorno 6 alle ore 8 parto, nonostante una selezione accurata di vestiario , attrezzi moto, cibo, sono supercarico ; alle 11 sono in Trasnistria , qui per avere un timbro sul passaporto devo aspettare oltre un’ora , sebbene davanti a me ci sia solo una persona .

E’ la solita abitudine vergognosa, alla quale sono abituato da anni : ufficiali in dogana che intascano di nascosto banconote per agevolare l’entrata o l’uscita dalla Trasnistria; tuttavia rimango calmo ed indifferente senza dare nessuna moneta.

L’entrata in Ucraina ed i controlli sono invece molto veloci, alle 19 faccio sosta e pernotto nella località di Poltova . (Ucraina)

Il giorno seguente viaggio scampando a minacciosi temporali , ma alla fine, uno di essi ha la supremazia su di me , devo fare attenzione nella guida , sono molto attento anche per la notevole acqua sul manto stradale ed eventuali buche .

Subisco questo tremendo acquazzone per circa un’ora. Finalmente di nuovo il sole e l’asfalto asciutto, apro il gas e percorro chilometri in velocità, arrivando alle 17 sul confine Ucraino/Russo , qui incomincia nuovamente a piovere ed io solo in fila dietro le macchine , qualche camionista mi fa cenno di andare avanti , perché adesso l’acqua viene giù con più violenza. Decido di recarmi in testa alle altre vetture e subito, al primo controllo ,mi viene intimato di tornare indietro e fare la fila come tutti gli altri. Faccio il vago … non capisco sono italiano e consegno il passaporto , il militare mi fa nuovamente segno di retrocedere perché ero passato davanti a tutti ed io un’altra volta riconfermo a gesti e scuotendo la testa che non capisco. Finalmente mi lascia andare . Durante il controllo in dogana russa , contrariamente alle volte scorse veloce , ho avuto anche modo di scherzare e comunicare con la polizia doganale, meravigliata della mia moto e del mio itinerario, la Mongolia ( andata e ritorno ).

Superato il confine ed entrato in territorio russo ,ecco arrivare subito il primo imprevisto,: innestando la prima, la moto non va , si spegne e la leva frizione è morbidissima, subito mi preoccupo .Rimuovo il coperchio del recipiente dell’olio della frizione, vedo che non c’è lubrificante , per fortuna , quest’anno lo avevo con me , lo rabbocco ed immediatamente raggiungo la città di Belgorod ( Russia ), mi metto alla ricerca di un motel ma, purtroppo, solo in tarda sera ne trovo uno.

Il giorno seguente il viaggio continua, affrontando il caldo intenso di oltre 40 gradi, sono nelle vicinanze di Samara , durante il percorso vedo davanti a me un tir al quale scoppia una gomma, il copertone per poco non mi colpisce , fortunatamente riesco ad evitarlo.

Prendo coscienza di tutto ciò e resto ben lontano dai prossimi tir ,appena me li trovo davanti li supero immediatamente , per evitare che perdendo materiale possano provocare danni a me e al mio mezzo.

Il 10 luglio alle 5 della mattina parto, in 3 ore percorro solo 200 km , il manto stradale è pessimo e mi fermo spesso a causa di ciò e del forte caldo .

Alle 15 sono ad Ufa , capitale della Repubblica di Baskortoston, per comprare un carica batteria , il mio l’ho dimenticato in Moldova , indispensabile per consentirmi di fotografare e testimoniare il mio viaggio .Vi lascio riflettere …in una grande città russa senza conoscere nessuna lingua al di fuori del mio italiano , tuttavia son riuscito ad acquistarlo . Nell’occasione conosco dei russi che mi offrono da bere, vogliono informazione sul mio tour .

Sono le 17, riparto e alle 19 sono sugli Urali,la catena montuosa tra le più antiche del mondo, con immense foreste di betulle, pini e laghetti, che attraversa approssimativamente da nord a sud la Russia occidentale , dove pernotto in un bel bungalow . al prezzo di 250 rubli .

Domenica 11, alle 3 del mattino, mi sveglio , tra la colazione e la preparazione della moto impiego un’ora. Alle 4 parto , sono coperto con indumenti termici per combattere il freddo, la giornata è splendida , viaggio ottimamente , finalmente ho abbandonato il gran caldo , attraverso tutta la catena montuosa in 4 ore e trenta minuti , percorrendo 240 km .

Alle 21, pernotto in un paesetto di campagna a 400 km da Omsk, nella provincia di T’Umen, dopo aver viaggiato oltre 15 ore e percorso 526 km : le strade non permettono di più!

La mattina del 12 luglio , urinando provo forte bruciore , dolore e perdita di sangue , allarmato faccio capire ad un signore che ho bisogno di un medico , immediatamente arriva un’ambulanza con due dottoresse, faccio vedere le urine ed in loro presenza elimino altro sangue .

Immediatamente mi fanno capire di seguirle in ospedale , subito salgo in moto, arriviamo in pochi minuti . Poco dopo mi visita il chirurgo, nel frattempo sveglio Silvia a Roma che mi fa da interprete e mi comunica che c’è in atto un’infiammazione della vescica dovuta al viaggio , probabilmente a tutte le sollecitazioni subite . Preoccupato penso proprio che questa volta devo fermarmi e la paura di non poter proseguire il viaggio è tanta .

I medici sono al corrente del mio itinerario e Silvia mi tranquillizza dicendomi che mi fanno una flebo con sedativo e che inoltre devo prendere due antibiotici al giorno per una settimana .

Dopo un’ora in ospedale ritorno all’abitazione dove alloggiavo , carico i bagagli e parto immediatamente . Purtroppo, durante il percorso devo fermarmi spesso lo stimolo ad urinare è frequente , ma in realtà espello solamente poche gocce di sangue vivo , con intenso bruciore e dolore che mi fa urlare . Fortunatamente in poche ore la situazione migliora.

Alle 21 sono ad Omsk , molto stanco, affaticato , per tutto lo stress della giornata , mangio qualcosa e subito vado a dormire .

Il giorno dopo mi sento abbastanza in forma, tolto qualche dolore e gonfiore alle mani e alla cervicale , mentre l’infiammazione è completamente scomparsa ed il mio umore è al top.
Riprendo il viaggio dirigendomi nella direzione di Cel’abinsk , intorno alle 11,15 vedo una mandria di bovini con il mandriano che li guida a cavallo , mi fermo e documento il tutto con la telecamera e la macchina fotografica ; nel frattempo un cavallo, forse incuriosito della mia presenza, attraversa la strada, proprio mentre arriva una macchina ad alta velocità , sento una grande frenata, un rumore violento,lo scontro con l’equino è stato terrificante .

Il cavallo dal primo momento è rimasto a terra ,credevo si fossero rotto le zampe poi, ripresosi, è ritornato nel gruppo , mentre la macchina riporta grandi danni al parabrezza e alla carrozzeria.

Il tutto mi impressiona e mi spinge ad essere sempre più attento alla guida e a non esagerare con la manopola del gas , se me lo fossi trovato davanti sarebbero stati guai!

Alle 22 mi trovo a 200 km da Krasnojarsk, fa piuttosto freddo , ho avuto difficoltà a trovare un motel, ho viaggiato per oltre 12 ore percorrendo oltre 900 km, conoscendo moltissime persone di tutti i tipi , tutte molto ospitali nei miei confronti e sempre meravigliati per ciò che stavo facendo. Anche la polizia spesso mi ferma , la scusa è sempre quella di guardare la mia moto , di salirci, di provare il casco , mi fanno domande sulla velocità del mezzo , i cavalli, la cilindrata , sul fatto che mi trovi da solo e se non abbia paura .

E’il 14 luglio, alle 4 della mattina mi alzo , alle 5 parto , la strada è buona , ma l’andatura non è veloce, devo far in modo di consumare il meno possibile i pneumatici , un cartello indica 1600 km da Irkutsk, il paesaggio è molto verde, mi ricorda l’Irlanda, la temperatura è molto bassa e mi costringe, dopo dieci minuti dalla partenza , a coprirmi con indumenti termici … fa troppo freddo, durante il percorso incontro qualche motociclista locale , in questo momento ci sono 5 ore di fuso orario rispetto all’Italia. Alle 19 mi fermo in un motel a circa 1000 km da Irkutsk.

Alle 5 del giorno dopo mi alzo, vedo nebbia , ma nonostante ciò decido di partire, alle 6 inizia il viaggio , le strade sono notevolmente peggiorate , ho difficoltà, a reperire benzina al 95 ottani, fortunatamente la 92 non crea problemi al motore.

Percorro una strada sterrata con notevoli buche , sono le 15,30 non faccio altro che alternare delle strade asfaltate con dello sterrato , strade con polvere, terra ghiaia , pietre la mia preoccupazione principale è che se piovesse sarei costretto a fermarmi inoltre sono lontano dalle città non si trovano più facilmente motel , mi rivolgo spesso al nostro Signore e alla Madonna affinché tutto vada per il meglio , troppi incidenti ho visto e vedo tutti i giorni, scontri frontali, tir andati a finire nei burroni oppure contro alberi .

Alle 17,40 faccio una breve sosta dando soccorso ad un motociclista russo con a bordo due ragazze che cadendo hanno riportato delle forti escoriazioni alle cosce .

Alle 21,30 sono in albergo dopo aver percorso solo 500 km da stamani., sono le 23 mi metto a letto.

La mattina seguente prendo la moto che è parcheggiata in un box , a causa del fango, mi scivola dalle mani cadendomi addosso , fortunatamente riesco a liberarmi chiamo soccorsi, ma più di qualcuno si rifiuta di aiutarmi ,alla fine un giovane si mostra disponibile e a gran fatica riusciamo a metterla su , il peso è eccessivo, ci sono tutti i bagagli , controllo immediatamente la leva del cambio e della frizione , nessun danno così anche al resto del mezzo , solo fango, forse è proprio quest’ultimo che ha causato il problema ma ha impedito di avere nello stesso tempo seri problemi alla moto dopo la caduta.

Faccio un controllo generale anche sull’usura dei pneumatici , sono ancora in ottime condizioni .

Mentre il mio secondo cambio di pasticche anteriori si sta rovinando entro nella città di Irkutsk per trovarne , ma è come cercare un ago in un pagliaio , le mie scorte sono esaurite e dovrò lavorare, fino al ritorno in Moldova ,con il freno il posteriore ed il freno motore,utilizzando quello anteriore sono nelle grandi emergenze .

Il 16 luglio sono sul limpidissimo lago Bajkal in Siberia meridionale , diviso fra i territori dell’Oblast’ di Irkutsk e la Repubblica di Buriazia , è stato posto sotto la tutela dell’Unesco come patrimonio dell’umanità nel 1996 , è il secondo al mondo per la lunghezza dopo il lago Tanganica , mentre è il lago di acqua dolce più profondo del mondo e quello con il volume maggiore , il panorama è meraviglioso.

Subito dopo attraverso Ulaude capitale della Repubblica dei Buriati , situata in una bella collina verde.

Domenica 18 luglio, alle ore 8, finalmente sono in dogana e mi appresto a superare il confine Russo Mongolia , però c’è da attendere un’ora perché la frontiera apre alle 9; qui socializzo con un gruppo

di mongoli che rimangono meravigliati del fatto che venga da solo nel loro paese e da così lontano, salgono sulla mia moto e si fanno fotografare. Alle 11 entro in Mongolia ,vedo quattro bambini in condizioni miserabili , a sforzo trattengo le lacrime ,offro loro da mangiare dei biscotti e faccio il confronto con i nostri ….. la situazione è veramente pietosa . Li fotografo e li riprendo con la telecamera , prima di partire do loro ancora dei biscotti ed ad ognuno regalo un giocattolo , un sorriso ed una carezza.

Attraversando la Mongolia , per arrivare nella sua capitale, il territorio mi si presenta come un gigantesco parco naturale , spesso mi fermo, osservo cavalli , bovini , capre che pascolano in queste praterie verdi , con un limpido cielo , fotografo il panorama, mi fermo a guardare le persone che vivono nelle gher , ho i primi contatti con i mongoli: sono molto disponibili e socievoli , mi piacciono da subito .

Arrivato ad Ulaanbaatar , la capitale mi si presenta a colpo d’occhio immensa , caotica e trafficata .Prendo subito contatto con un italiano,con il quale avevo preso già accordi in Italia per fare della beneficienza in un orfanotrofio della capitale, l’appuntamento è per il giorno successivo .Nel frattempo alloggio in un albergo al centro della città. Sistemati i bagagli , la moto e fatta una bella doccia, esco visitando la parte più moderna .

Il giorno seguente devo recarmi all’appuntamento, purtroppo perdo l’indirizzo ed il numero telefonico dell’italiano mi aspettavo almeno una sua telefonata , ma invano, niente… nessun interessamento.

A questo punto entro nelle mura della città antica , ma soffermandomi con maggior attenzione al tempio Gesar Sum .Qui ho modo di comunicare con qualche monaco buddista , assisto alle loro preghiere fotografando e filmando il tutto.

Poi è la volta del monastero Gandak khiid, uno dei più importanti della Mongolia nel quale si vedono molti turisti.

Il 20 luglio lascio Ulaanbaatar a malincuore per non aver realizzato ciò che mi ero prefissato e mi avevano promesso di fare .Durante il percorso di rientro, mi fermo spesso davanti alle gher consegnando buona parte dei cappellini e giocattoli a bambini , nell’occasione ho modo di fare amicizia anche con i più grandi che, sotto mia richiesta, mi invitavano a visitare le loro gher e a fotografarle . Nell’istante in cui le vedo, rimpiango di non aver portato con me una tenda, mi sarei messo nelle loro vicinanze e avrei scoperto i loro modi di vivere …..peccato !

Alle 15,30 supero il confine mongolo e alle 16,30 sono in Russia , ripercorro tutto l’itinerario che ho fatto all’andata , distribuisco anche ai bambini russi quei pochi giocattoli rimasti .

Molte mamme rimangono meravigliati nel vedermi fare queste azioni , d’altronde non credo che si veda tutti i giorni uno straniero con la propria moto fermarsi e distribuire doni , il tutto incuriosisce anche gli adulti che si avvicinano e mi chiedono da dove venga , gli spiego a modo mio il mio itinerario, rimangono tutti sbalorditi e meravigliati che io sia solo , ed io mi sento gratificato da queste mie azioni umane : con un piccolo gesto si fanno felici molte persone , i loro sorrisi e le loro strette di mano saranno indelebili nella mia mente.

A tutto ciò segue anche il pensiero di Silvia che sta arrivando in Moldova in aereo, per cui voglio arrivare presto ed il ritorno è solo viaggiare .

Il giorno 24 luglio mi trovo in Russia, purtroppo non riesco a trovare da dormire, i pochi motel incontrati sono al completo, mi devo accontentare di passare la notte su una panchina , ma c’è un inconveniente , la zona è infestata di grandi zanzare, per riuscire a riposare e non farmi pungere devo indossare il sottocasco ed il casco . I presenti che dormono in macchina mi guardano stranamente , ma è il solo modo per riposare qualche ora.

La mattina presto, intorno alle 4, riprendo la strada del ritorno .Nel tratto di strada che va da Irkutsk e Krasnojarsk devo riaffrontare molti chilometri di sterrato, strade con sassi , polvere, spesso mi fermo perché accuso dolori alle mani , in modo particolare alla sinistra nella quale si è formata una vistosa callosità . Nel tragitto incontro un francese, diretto nell’Uzurbekistan, mi chiede informazioni sulle strade che ho percorso , rimane meravigliato anche lui del mezzo con il quale mi trovo a fare il mio tour , facciamo alcune foto .Ci salutiamo e proseguiamo ognuno nella direzione opposta.

Il giorno 23 luglio sono a Barnaul per il cambio gomme , qui incontro due spagnoli che effettuano a loro volta il cambio gomme, sponsorizzati dalla Metzeler spagnola , loro con moto più idonee al tour , ci scambiamo le nostre esperienze di viaggio , uno dei due mi conosce per avermi visto su internet .

Il cambio avviene molto lentamente , in due ore , ma fortunatamente avviene e di questo ringrazio e sono riconoscente alla Metzeler Italia e ai suoi rappresentanti che mi hanno dato questa grande opportunità di testare il loro nuovo prodotto interace Z8, prodotto che personalmente ritengo molto idoneo in tutte le condizioni stradali possibili ed immaginabili,Test riuscito con grande soddisfazione e risultato.

IL 25 faccio nuovamente tappa nella provincia di T’umen’dove ho avuto problemi di salute , ma questa volta in condizioni fisiche al top , che mi consentono di affrontare il giorno dopo 700 km sotto la pioggia

IL 26 sono nuovamente a godermi il panorama degli Urali Il 27 sono a 300 km da Samara

Il 28 a Voronez.

La mattina del 29 parto alle 4 , viaggio per 21 ore arrivo a casa di Silvia in Moldova all’una di notte dove tutti mi aspettano svegli. Rimango in Moldova fino al 17 agosto , facendo con lei qualche giro nel territorio , che ormai conosciamo benissimo , ma soffermandoci di più nella capitale Chisinau.

Il 18 agosto devo anticipare il rientro a Roma , parto da Carpineni ( Moldova ) alle 8,30 , viaggio fino a 130 km da Oradea ( Romania) dove alle 20 alloggio al solito Motel che conosco , economico e confortevole in mezzo alla natura .

La mattina seguente viaggio per l’intero giorno e tutta la notte arrivo a Roma alle 9 del 20 agosto, osservo il contachilometri della moto, ho percorso 23.500 km. Anche questa sarà un’altra indimenticabile esperienza di viaggio. Non avrei mai pensato negli anni passati di attraversare quasi tutta la Russia per poi tornare indietro, più di qualcuno mi ha dato del pazzo.

Nella mia mente rimarranno quelle emozioni, quelle sensazioni, quegli odori , quei suoni , quelle gioie, quelle parole, quegli aromi che solo un viaggio regala, che solo un viaggio non fa dimenticare per sempre impressi nella mia memoria , che mai nessuno riuscirà a cancellare , indelebili come un
sogno ormai diventato un ricordo…..

Viaggiare per commuoversi di fronte ad un panorama

Viaggiare per capire di non avere nient’altro che la propria libertà

Viaggiare per essere cittadini del mondo

Un ringraziamento alla mia compagna Silvia, e a tutti gli sponsor :

Bergamaschi, Bertoni, D’Amico Marco, D.I.D, Extreme, Forbikes , Ferracci, Giali, Gensan,

Gubellini, K&N, Klan, Konig, Metzeler, Newfren, Nolan, Nissin, Putoline ,Rinolfi, SIXS,

Tecnoselle, Tryonic, Tucano Urbano

Sulle Strade della Provenza

Motoavventura

A BARCELLONA PASSANDO PER LA PROVENZA

Volevamo andare in Normandia con visita ai Castelli della Loira.
Il tempo nel nord della Francia non si decideva a migliorare, l’idea era di andare comunque, cosi abbiamo cambiato leggermente programma, Roma – Barcellona con sosta di qualche giorno in Provenza.
I partecipanti, Paolo, lo scrivente, Susanna vittima della mia voglia di moto, Roberto complice silenzioso ma sempre presente, Nadia altra storica vittima ma che non rinuncia, Beppe, da Milano, ed Annalisa che vive con terrore ogni nostra telefonata, perché sa a che cosa potrebbe andare incontro.
Altri partecipanti da considerarsi intrufolati perché non motociclisti, Fabrizio e Ketty, li abbiamo presi come tender per le moto, ma senza di loro, che sono unici per simpatia, un viaggio non è un viaggio.
Mezzi, tre BMW 1200 RT. La macchina non la considero perché presa in affitto dopo lo spostamento da Roma in aereo, gente da poltrona.

Primo giorno, Roma Ventimiglia, una “sgambatina”, con sosta per un bagno a Livorno, zona Calafuria, da non perdere, anche se si deve lasciare la moto sull’Aurelia.
Immaginate di fare il bagno in vasche di pietra.
La sera, dopo avere percorso circa 750 km, ci siamo fermati a dormire a Caporosso nel B&B ARC EN CIEL, sistemazione superiore ad un normale bed, molto gentili i proprietari, colazione ottima, un prezzo veramente da motociclisti itineranti ovvero economico ma che non toglie niente alla qualità ed alla comodità.
Inoltre a cena siamo andati, su indicazione dei proprietari del B&B, in un ristorante nel paese vicino, Dolceacqua, una località veramente bella, con un ponte che vale la passeggiata.

Secondo giorno, aggancio di Beppe ed Annalisa, venivano da Milano, in terra di Francia.
Con loro abbiamo preso la direzione per Arles, li abbiamo affittato una parte di un casale antico, (situato alle coordinate 43°37-41,15 N; 4°37-34,60 E, contatti:         paques@terre-net.fr, tel 04.90970017 fax 04.90970109 parlano in italiano ed inglese) trovato su internet, con un’ottima ospitalità da parte della famiglia, che vive in quello vicino.
Questa scelta ci ha permesso di girare, alleggeriti dai bagagli di viaggio e facendoci vedere le molte cose che la zona offre, considerando che è un posto con trascorsi storici importanti, dai Romani agli spagnoli o per le ricchezze dei nobili locali che insieme al periodo Papale hanno fatto si che ci siano importanti cose da visitare ed è a piena di bellezze da vedere.
Cosi facendo abbiamo potuto vedere, ovviamente Arles, Nimes, Tarascon, Orange, Avignon, Les Baux con un castello favoloso, vicina, da non perdere assolutamente, la Cathedral d’Image.
Questa è una vecchia cava di bauxite, oggi non produce più ma è stata trasformata in un museo per l’esposizione di artisti, noi abbiamo potuto vedere proiettate sui muri della cava le opere di Ricasso, l’anno prima è stata la volta di Van Gogh.
Poi, a seguire, il monastero di Senanque, che se la lavanda è in ritardo di fioritura anche a Giugno offre uno spettacolo bellissimo, vicino ci sono da visitare il paese di Gordes e scendendo dalle colline si deve passare a Isle Sur la Sorge, dove vale la pena di fermarsi e passeggiare nella ospitalissima cittadina.
Inoltre, tutta la parte delle paludi della Camarque, in particolare la cittadina di Les Saintes Marie de La Mer, dove è possibile salire sul tetto della Cattedrale ed avere un panorama della zona.
Un’altra cittadina nell Camarque da non perdere è Aique Mortes, è tutta circondata da mura possenti con un insieme di strade, oggi per lo più piene di negozi e di bistrot.
Non vi perdete i negozi che vendono dolci e biscotti.

Lo spettacolo offerto dalla zona paludosa della Camarque è unico, ma sappiate che in Provenza non bisogna stare attenti ai pedoni o agli animali, che potrebbero attraversare la strada, ma dovete temere le ZANZARE e simili, se non state attenti ovvero ben coperti mentre si viaggia e con coperture totali quando siete fermi vi si scatena un prurito da p a u r a.
A parte gli insetti, la zona delle paludi ha un fascino veramente eccezionale.
A Les Saintes Marie de La Mer sembra di avere, in anticipo, un po’ di Spagna, si può mangiare una paella favolosa e respirare un’aria spagnola parlata in francese.
Da qui il viaggio continua con solo due equipaggi, Beppe ed Annalisa sono tornati a Milano passando per il Colle della Maddalena, si, dovevano tornare prima per impegni di lavoro, ma hanno cercato la strada più divertente, anche gli automobilisti, Fabrizio e Ketty ci lasciano alla volta dell’Italia.
Due BMW continuano.
Dopo la Provenza, l’itinerario di viaggio ci ha portato a visitare Carcassonne, curiosa, ma troppo artificiosa per i numerosi restauri, comunque vale la pena di fare l’escursione della città.
Da li siamo andati a visitare il castello di Peyrepertuse, assolutamente da non perdere.
La strada per arrivarci è da moto, per arrivare al castello non c’è un tratto dritto neanche a pagare, si sale e si scende di quota in continuazione.
Alla base c’è un parcheggio, lasciate le moto, si sale in alto verso le due cinte murarie, l’inferiore e la superiore, e quando si è su ci si chiede “ma come hanno fatto”.
Non dovete perdervelo è stupendo con i suoi due livelli di costruzioni e una vista sulla valle sottostante da mozzafiato, pensate che eravamo più in alto dei parapendii che ci giravano intorno.
Dopo, via per la Spagna con destino Barcellona.
Abbiamo fatto una sosta a Girona, circa ottanta chilometri prima di Barcellona, nel piccolo ma confortevolissimo e giusto, nel prezzo, Hotel Pension MARGARIT in Carter D’UATONIA.
Di fronte all’albergo ci sono due garage pubblici custoditi, è meglio quello un po’ più lontano ovvero spalle al fiume circa cinquecento metri sulla destra, sotto i palazzi, è più economico dell’altro.
Il giorno dopo siamo arrivati a Barcellona, una città per tutti e per tutte le ore. Non parlerò troppo di Barcellona perché chi la conosce deve tornarci e chi non c’è mai stato mi domando cosa aspetta?
L’albergo scelto è stato l’ AYRE HOTEL GRAN VIA, in Via De Les Corts Catalanes 324, la scelta è stata anche condizionata dalla presenza del garage proprio dell’albergo con il costo di parcheggio molto contenuto.
Un consiglio visitare la Rambla è un comandamento, ma mentre percorrete questa strada, entrate nel Mercato de la Boqueria, a parte lo spettacolo del mercato stesso, dentro c’è una bancarella che prepara da mangiare, vi consiglio prendere un piatto di pesce e un bicchiere di vino o birra con poca spesa e con una freschezza nella qualità da fare invidia a menù prestigiosi.
Per il ritorno abbiamo deciso un rientro da gran signori, traghetto Barcellona – Civitavecchia, una mini crociera sulle navi della Grimaldi.
A bordo diversi motociclisti, che sappiamo essere bestie sociali se sporchi di polvere, vestiti da moto, con un po’ di moschini sul parabrezza e se, com’è capitano a noi incontrano un pazzo, buono, ma, invidiato da tutti, che rientrava da una solitaria nel deserto sahariano di circa un mese e mezzo, con una moto che nessuno capiva più che marca o modello fosse per tutti gli interventi a mano libera e artigianali che gli avevano fatto in terra d’Africa.
Spero, che legga e ci racconti del suo viaggio.
Da Civitavecchia, poi, due passi e siamo a Roma.

In conclusione:

Km fatti circa 3000;

Nei giorni dal 29/06/2009 a domenica 7 luglio, il periodo è giusto per visitare tutta la zona, non fa caldo quando si viaggia, non è particolarmente costoso, comunque tutte le strutture d’accoglienza sono aperte.
Il mangiare non presenta nessun problema e per gli alloggi, smanettando su internet si trova veramente la soluzione per ogni tasca.
Il traghetto ha le tariffe da bassa stagione e se prenotate per tempo le moto sono imbarcate al costo di un euro.

Buon viaggio e maciniamo, maciniamo, km.

 

Buona strada a tutti.

Portogallo & Andalusia

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Paesi attraversati Francia -Spagna – Portogallo

Giorni 30

Km percorsi 7000

Moto BMW R1150 GS

Partecipanti Carla e Daniele

Budget 2000 €uro

Motoavventura

PremessaE pensare che questa volta la moto doveva restare in garage. Poi, a poche settimane dalla partenza, l’agenzia c’ha dato il due di picche per i biglietti Roma – Città del Messico a pezzo ridotto per i quali eravamo in lista d’attesa… e cosi è scattato il piano B.
A dire il vero l’ Andalusia era da tempo nei nostri pensieri, ma visto che questa volta avevamo a disposizione un mese intero, abbiamo pensato bene di abbinarci il Portogallo. In contrapposizione, più che a completamento.
Dici Andalusia e ti vengono in mente le case imbiancate a calce sotto il sole feroce, il fresco dei pateos ombreggiati, le lunghe sieste pomeridiane, la frizzante movida notturna. Dici Portogallo e ti viene in mente la Lisbona struggente e un po’ marcia di Wenders e di Pessoa, i tram che arrancano al crepuscolo sulle strade dissestate di antichi quartieri, le facciate degli edifici variopinte di azuleios.
In pochi giorni c’inventiamo un itinerario che, attraversando l’entroterra di Francia e Spagna con un lungo trasferimento, ci consentirà di percorrere tutto il Portogallo da nord a sud, per poi tornare in Spagna, dedicare una decina di giorni all’Andalusia, e di nuovo in Italia lungo la costa.
2 Agosto: Roma – Rapallo (540 Km)Proprio come l’anno scorso, per andare in Marocco. Fuga dall’ufficio, lunga tirata autostradale slalomando tra le station wagon stracariche dei vacanzieri che disdegnano le c.d. “partenze intelligenti”… Benedetta sia la moto!
Ci fermiamo a Rapallo per scroccare una cena a mio fratello che fa il poliziotto da quelle parti (cosa non si fa per gestire al meglio il solito, risicatissimo budget).
3 Agosto: Rapallo – Carcassone (760 Km)Fila interminabile di auto fino a Ventimiglia (4 ore per 200 Km) poi, stranamente, più nessuno fino a Gauguignon, dove lasciamo l’autostrada.
Attraversiamo la Provenza lungo piacevoli strade secondarie, concedendoci solo una sosta in un paesino del quale immediatamente dopo essere ripartiti dimenticheremo il nome. Ci ricorderemo solo l’ottimo kebab gustato in un locale gestito da immigrati Turchi.
Arriviamo a Carcassone al tramonto. Appena il tempo di montare la tenda in uno squallido campeggio a pochi Km dal borgo medievale e comincia a piovere.

4 Agosto: Carcassone – Pamplona (500 Km)

Veloce visita a Carcassone, prima di ripartire. Bella e suggestiva la Cattedrale, dalle vetrate multicolori, poco da dire sul resto del borgo, tempestato di negozi di souvenir e restaurato con una cura che lo rende perfino artefatto, come molti dei siti col bollino “Patrimonio Unesco”.
Lungo la strada per Pamplona ci fermiamo a Mirepoix (bello il centro storico medievale e in particolare la piazza porticata) e a Foix (splendida la Cattedrale). Le strade sono piacevoli e movimentate (incrociamo numerosi motard locali), il clima inaspettatamente freddo.
Ci tocca poi un buon pezzo di autostrada, e un contrattempo, che rischia di farci perdere parecchio tempo. A un certo punto, senza alcun preavviso, il motore della moto inizia a perdere colpi e si spegne. Intuisco immediatamente la causa della defaillance. Allungo il collo, fino a superare con lo sguardo il bordo della borsa serbatoio, che fin ora mi ha tenuto nascosta la spia della riserva….inesorabilmente accesa. Siamo a secco, a una trentina di Km dal distributore più vicino.
Trenta secondi di imprecazioni, poi una felice intuizione ci trae d’impaccio. Rifletto sulla forma del serbatoio della moto, con due specie di “guance” laterali nelle quali deve entrare un bel po’ di carburante. Mi ricordo che la pompa della benzina è posta sul lato destro, come mi conferma il ronzio che s’innesca ogni volta che ruoto la chiave nel quadro elettrico. Allora smontiamo motovaligie e bagagli, adagiamo la moto sul lato destro e la lasciamo in posizione qualche secondo, per far defluire la benzina. Quindi con uno sforzo non indifferente, risolleviamo i duecentocinquanta kg di giessona dalla poco onorevole posizione e, con le dita incrociate facciamo girare il motorino d’avviamento . Pochi istanti e …..vroooom, il rassicurante frullare del motore annuncia l’esaudimento delle nostre preghiere.

Non potendo prevedere l’autonomia che ci rimane, comunque decidiamo di lasciare l’autostrada alla prima uscita e puntare sul paese più vicino. Guidando con la massima attenzione e spegnendo il motore ad ogni discesa, ci mettiamo alla ricerca di un distributore aperto h 24 (inutile dire che, a ennesima riprova della validità della legge di Murphy, oggi è domenica….). Seguendo incerte indicazioni raccolte per strada, quando oramai il contakm parziale segna 15, ne troviamo una… che risulta essere chiuso. Ripartiamo a 30 Km/h, vagando più o meno per caso per una campagna brulla e deserta, aspettando che da un momento all’altro il nostro destino si compia. Quando il parziale segna oramai 25 siamo entrambe , oltre che disperati, stupiti di quanta cazzo di benzina siamo riusciti a “recuperare” con la nostra manovra, intercettiamo fortuitamente un altro distributore self service .Aperto, questa volta.
La nostra euforia, tuttavia, è presto mitigata da una nuova sconcertante scoperta: non è possibile fare rifornimento con le banconote né con la carta di credito: serve l’apposita carta elettronica prepagata (che, naturalmente essendo domenica, non e possibile comprare da nessuna parte). Va bè, non ci facciamo scoraggiare per così poco: col nostro francese approssimativo convinciamo un differente automobilista a venderci 10 euro di benzina dalla sua carta. Ripartiamo.
Attraversiamo i Pirenei sulla meravigliosa statale che porta a St Jean Pie-de-Port, in un valzer di pieghe e contropieghe e paesaggi mozzafiato.
Arriviamo a Pamplona infreddoliti e provati e fatichiamo un po’ a trovare da dormire. Non ci sono campeggi e i prezzi degli hotel sono stranamente molto cari. Dopo una lunga ricerca troviamo una graziosa pensione, dove ci viene offerta a 42 euro l’ultima stanza disponibile. Senza bagno ma con doccia calda e un letto confortevole. Siamo ampiamente sopra il nostro target ma per questa volta faremo un’eccezione.

Motoavventura

5 Agosto: Pamplona – Braganca (550 Km)Lasciamo i Paesi Baschi con la notizia dell’ultimo attentato dell’ Eta. Destinazione: Bragancia, subito dopo il confine col Portogallo.
Lungo la strada superiamo centinaia di pellegrini, in bicicletta o a piedi, diretti a Santiago de Compostela. Ci fermiamo per una sosta a Granol, paese che sembra uscito dal nostro dopoguerra, con tanto di forno che fa la vendita diretta del pane. Mangiamo un panino seduti a terra nella piazza centrale, mentre arrivano e ripartono drappelli di pellegrini d’ogni età e paese. Su tutti spiccano un gruppo di rumorosi ragazzotti milanesi, scalzi e sudici all’inverosimile, sebbene alcune espressioni e alcuni particolari ne tradiscano inequivocabilmente l’estrazione borghese.
Dobbiamo comunque riconoscere, al di la del nostro inossidabile ateismo, che questa sorta di rito collettivo, che in alcuni casi si sfiora il fanatismo (abbiamo visto gente che affrontava il pellegrinaggio sulla sedia a rotelle) possiede un indubbio fascino. Ci sorprende pensare che la strada che noi vediamo correre sotto le nostre ruote a tornate da centinaia di Km al giorno, altri la percorrono con fatica, sasso dopo sasso, ciuffo d’erba dopo ciuffo d’erba, sudando (ma godendo anche) ogni metro conquistato. Affascinante è anche l’idea di tante persone eterogenee, ciascuna con la sua storia e le sue motivazioni, protese al raggiungimento di una meta comune, che la fatica quotidiana deve trasfigurare in luogo assolutamente magico (anche se chi c’e stato ci ha raccontato che Santiago, al di la della valenza simbolica per i cattolici, non ha particolari attrattive e, per di più, è ormai deturpato da un’orgia di venditori di souvenir a sfondo religioso e altre amenità turistiche).
Arriviamo a Bragancia in serata e ci sistemiamo in uno spartano ed economicissimo campeggio pochi Km a nord del centro abitato, sulla riva di un laghetto. Il paesaggio è un po’ brullo ma piacevole, di aspetto quasi montano. Inaspettatamente la notte e la temperatura scende di brutto, facendoci quasi battere i denti nei nostri inadeguati sacchi a pelo ultra leggeri.
6 Agosto: Braganca – Braga (240 Km)Meta di oggi : Braga, prima vera tappa portoghese e quindi, entrata ufficiale nel vivo del viaggio.
Ci svegliamo intirizziti e l’impossibilità di farci una buona doccia calda causa bagni presi d’assalto da un plotone di boy scout contribuisce a peggiorare il nostro umore.
La strada è tortuosa ma non troppo divertente per il pessimo asfalto. I frequenti lavori in corso e i tratti sterrati ci costringono a una media ridicola. Il freddo non ci da tregua.
Poi ci fermiamo in un paesino sconosciuto. Ci sediamo al tavolino di un baretto lungo la strada a riscaldarci con un caffelatte. Un altoparlante fissato a in palo di legno diffonde per tutto il centro abitato la musica trasmessa da una radio locale. Improvvisamente un raggio di sole trafigge la nuvolaglia e ci dona il suo tepore. Ci troviamo in un posto sconosciuto, sperduto tra i monti e forse insignificante. Che tuttavia, in questo momento, ci sembra incredibilmente ospitale. Ci rendiamo conto, per la prima volta con assoluta lucidità, che siamo insieme, a migliaia di Km da casa, con un mese intero di libertà davanti a noi, e che stiamo facendo la cosa che amiamo di più: viaggiare. Ripartiamo di slancio.
Arriviamo a Braga verso le 13 e ci concediamo il lusso di una pensione con bagno a due passi dal centro (anche se l’ubicazione non è delle più felici: dentro un centro commerciale…).
Braga, la città più cattolica del cattolico Portogallo, ci colpisce per la sua piacevole architettura. Palazzi ricoperti di azulejos si raccolgono intorno a piazzette traboccanti di rose e di petunie. La piazza principale è animata dai giochi d’acqua di tre fontane e dalle chiacchere e degli avventori dei bar. Un colpo d’occhio davvero perfetto, se non fosse per l’orrendo McDonald’s, spuntano come un fungo velenoso proprio in mezzo allo slargo, con la sua insegna luminosa e un ridicolo pupazzo gigante dalle sembianze di clown.
Ceniamo in un tipico ristorante, dove si mangia tutti insieme su un enorme bancone di legno. Menzione speciale per il primo, squisito, “bacalau” di quella che sarà una lunga serie.

7 Agosto: Braga – Porto (60Km)

Passiamo la mattina al Bom Jesus, santuario a pochi Km da Braga famoso per la sua lunghissima scalinata, sorta di via crucis che il fedele deve compiere per ascendere al cospetto del divino. Dopo tanta fatica, tuttavia, si raggiunge una chiesa abbastanza ordinaria… anche in questo caso il piacere è nel viaggio più che nella meta.
Arrivati a Porto ci tocca vagare un bel po’ prima di individuare il campeggio che abbiamo scelto nella nostra guida. Sembra che qui in Portogallo i cartelli più che indicare le strade si limitino a fornire alcuni indizi, lasciando al malcapitato viandante l’onere di interpretarli al meglio.
Alla fine individuiamo il Madalena, struttura più che dignitosa, qualche Km a sud della città. Per andare in centro c’è un comodo autobus, che tuttavia per compiere il tragitto impiega quasi un’ora di folle corsa per le strade strette e tortuose di una periferia caotica e coloratissima, fatta di case basse e malandate ma quasi sempre decorate con splendidi azulejos. In certi tratti la strada è talmente stretta che allungando una mano fuori dal finestrino si potrebbero toccare le facciate delle case. E’ impressionante la maestria con la quale gli autisti si lanciano lungo questi budelli, sfiorando veicoli parcheggiati, muretti, persone e ostacoli di ogni tipo senza mai travolgerli (almeno nella nostra esperienza…).
Immaginavamo Porto come una cittadina industriale e industriosa, non particolarmente ricca di fascino. Una specie di Milano portoghese, insomma. Avevamo letto che i portoghesi usano dire:
Braga prega, Porto lavora, Coimbra canta e Lisbona… si diverte!
Porto si rivelerà, invece, la sorpresa più piacevole del viaggio.

8 Agosto : Porto

Porto ci piace immediatamente, soprattutto il quartiere più fatiscente e caratteristico, a ridosso del porto, fatto di vicoli stretti e ripidi e scalinate sulle quali si affacciano antichi palazzi dall’aspetto malandato.
Visitiamo la chiesa di San Francesco, austera dall’esterno, ma dall’interno sfacciatamente sfarzoso, autentico delirio barocco di decorazioni e rivestimenti d’oro.
Ci riforniamo di pane, prosciutto e formaggio al mercato centrale, affollato e arabeggiante. Pranziamo con un panino sulla banchina del porto, sotto una romantica vite, osservando il fiume e i rumorosi barconi cattura-turisti.
Il Duoro, nonostante le sue piene nel passato abbiano più volte inondato la città, appare pacifico, amico. I ponti senza piloni lo scavalcano senza ferirlo. L’assenza di argini protetti permette un contatto più diretto. Molti bambini ci si tuffano ridendo, sebbene l’aspetto dell’acqua non sia proprio dei migliori.
Nel pomeriggio attraversiamo a piedi il ponte costruito da Eiffeil (60 metri di altezza: panorama mozzafiato e vertigini) per andare a visitare le cantine, sulla sponda opposta del fiume. Dopo accurata ricerca ne troviamo una (Calem) che offre una visita guidata gratis, compresa la degustazione dei vini. Ci aggreghiamo allo sparuto gruppo degli italiani. La visita è interessante, la degustazione molto piacevole. Alla fine si potrebbe anche acquistare qualche bottiglia ma purtroppo… in moto non c’è posto.
Ceniamo per la seconda volta al Carlos Alberto, ristorantino spartano e affollatissimo dove con 10 €uro in due ci s’ingozza di ottima e sostanziosa cucina locale.

9 Agosto: Porto – Coimbra (120 Km)

Velocissimo trasferimento su un’autostrada nuova di zecca. A Coimbra troviamo immediatamente un’altra economica pensioncina con orrenda vista. Tanto è solo per una notte… Partiamo alla scoperta della città, lungo anguste strade e vicoli tortuosi.
Coimbra appare come assopita. Probabilmente non è questo il periodo giusto per visitare quella che viene descritta come una vivace città universitaria. Non ci sono tracce, naturalmente, degli studenti che dovrebbero affollarla durante il resto dell’anno. Le uniche testimonianze di vita “accademica” sono le istantanee esposte dietro le vetrine dei negozi di fotografia.
Visitiamo l’antica Università, posta in posizione sopraelevata, dalla quale si gode un bel panorama sul fiume e sui suoi ponti. Ammiriamo anche la Cattedrale, sobria e suggestiva: Interno di pietra e azulejos e un solo splendido portico barocco, proprio sopra l’altare.

10 Agosto: Coimbra – Nazarè (149 Km)

Percorriamo sotto una pioggia scrosciante quella che deve essere un tratto di costa davvero selvaggia. La nebbia c’impedisce di scorgere distintamente le grandi dune che creano intorno a noi un paesaggio quasi desertico. Il fondo stradale è pessimo, in certi tratti addirittura sterrato. Ogni tanto lingue di sabbia invadono la stretta carreggiata.
Arriviamo nei pressi di Nazarè bagnati e intirizziti. Per fortuna trovare un alloggio non e davvero un problema. Nonostante oggi sia sabato il paese è tutt’altro che affollato: la pioggia è da poco cessata e tira un vento gelido che deve aver tenuto lontani i vacanzieri dei fine settimana. Molte donne, vestite col tradizionale costume locale (la cui particolarità è di essere composto di ben sette gonne indossate una sopra l’altra), sostano al bordo della strada offrendo camere ai passanti. Non dobbiamo fare altro che sceglierne una economica.
Nazarè delude un po’ le nostre aspettative: del vecchio villaggio di pescatori non e rimasto molto, il lungomare è anonimo, il borgo privo di spunti. L’unica particolarità sono le donne che dispongono il pesce a essiccare su grandi reti stese direttamente sulla spiaggia e le bancarelle che, poco lontano, vendono lo stesso pesce ai rari turisti. I visi degli anziani pescatori, percorsi da miriadi di rughe, conciati come cuoio dalla salsedine e del sole, sono forse la cosa che ci colpisce maggiormente.
Vale la pena, invece, di salire con la funivia fino alla parte alta del paese, dove da una specie di terrazza naturale con piccolo santuario, è possibile ammirare un bel panorama sulla costa e sull’oceano
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Motoavventura

11 Agosto: Nazarè – Lisbona (130 Km)Il maltempo ci spinge a disertare l’oceano e a puntare direttamente su Lisbona. Lungo la strada facciamo sosta a Obidos, altro paese-bomboniera, dichiarato dall’ Unesco patrimonio dell’umanità.
Riecheggiamo nell’aria le note dei “Capitani d’Aprile”, che proprio in questo piccolo borgo gettarono le basi di quello che fu forse il più incruento golpe della storia.
A Lisbona troviamo con qualche difficoltà il campeggio Monsanto, enorme e ben organizzato, collegato col centro tramite un autobus.
12-13-14 Agosto: LisbonaLisbona va vissuta un po’ prima di apprezzarla fino in fondo. Al primo impatto può sembrare poco curata e priva di autentiche meraviglie architettoniche o monumentali. Poi finalmente, passeggiando per i suoi vicoli lastricati, lungo le interminabili scalinate che all’improvviso si aprono su deliziosi belvedere, riesci a cogliere l’atmosfera particolarissima che questa città emana. E te ne innamori.
Una buona maniera per aprocciare Lisbona è una corsa sul mitico tram 28, che attraversa tutto il quartiere medievale dell’Alfana. E’ la zona più ricca di chiese e cattedrali, che culmina col castello che troneggia su tutta la città (piuttosto deludente visto da vicino, a dire il vero, ma da non perdere è la vista che si gode da lassù).
Il nostro quartiere preferito, comunque, è il Bairro Alto, quello più popolare e suggestivo. Scosceso, percorso dalle buffe funicolari e popolato di ristoranti economici e locali dove passare la serata, è la zona che più di tutte incarna la Lisbona del nostro immaginario. Sarà la meta prediletta delle nostre sfiancanti escursioni.
Una mattinata la dedichiamo anche a Belem, quartiere più moderno e arioso (da non perdere il Monasteiro dos Jeronimos forse l’unico monumento davvero notevole della città). Da li con una lunghissima passeggiata che ci impegnerà tutto il pomeriggio, torniamo verso il centro attraversando il quartiere dell’Ajuda, molto popolare, in certe zone perfino malfamato, come ci conferma un simpatico ragazzo al quale abbiamo chiesto un’informazione. Nella nostra lunga esplorazione abbiamo anche modo di visitare alcuni dei caratteristici “patios” (case comuni che si raccolgono intorno a stretti cortili, specie di quartieri nel quartiere) che ancora sopravvivono in questa parte della città.
15 Agosto: Lisbona – Cabo de Roca – Sintra – Lisbona (100 Km)Dedichiamo l’ultima giornata lisboneta a un’escursione dei dintorni. Percorrendo la costa in direzione Cabo de Roca (il punto più a ovest dell’Europa) ci fermiamo ad ammirare l’Oceano dalla bella spiaggia del Guincho, semideserta e spazzata da un vento gelido. Alcuni surfisti a mollo aspettano l’onda, mentre un gruppo di nordafricani sulla battigia giocano a una specie di rubabandiera.
Capo de Roca è uno scoglio a strapiombo sull’oceano, dominato da una vecchio faro stanco, che sembra aver stemperato nell’età l’antica superbia di essere il più occidentale al mondo… accontentandosi di essere il più a occidentale d’Europa.
A Sintra restiamo intrappolati in un traffico caotico che proprio non c’aspettavamo: sta arrivando un’importante gara ciclistica (il giro del Portogallo?) e la cittadina è stata presa d’assalto dagli appassionati .Ci rifugiamo in un lindo baretto a ingozzarci dei dolci tipici di questa zona.

16 Agosto: Lisbona – Evora (140 Km)

Lasciamo Lisbona con un po’ di malinconia, attraversando il ponte che scavalca il Tago, poderoso e metallico e così poco intonato con lo spirito di questa città. Sembra rappresentare lo sforzo di Lisbona di diventare europea, di cancellare il suo tessuto di case comuni e cortili dietro una facciata nuova, ordinata e ordinaria. La nostra segreta speranza e di tornare, un giorno, e ritrovarla come ora: sporca, disordinata, colorata e unica.
A Evora ci sistemiamo in un assolato campeggio un paio di Km fuori dal centro abitato. Dedichiamo alla città un intenso pomeriggio di passeggio per le strade ordinate che costeggiano le cassette bianche e gialle. Visitiamo la macabra Capela dos Ossos, con le pareti rivestite di teschi e tibie umane, allo scopo di indurre i fedeli a riflettere sulla caducità della nostra esistenza terrena (“ricordati che devi morire”…). Ceniamo in un simpatico ristorantino dove sperimentiamo il mitico porco alla “Alentejana” (specie di spezzatino di carne di maiale con vongole e spezie varie: accostamento improbabile ma sorprendentemente buono).

17 Agosto: Evora – Villanova de Milfontes (190 Km)

Ci dirigiamo di nuovo verso la costa su piacevoli strade statali, attraverso la regione agricola dell’Alentejo, verde e assoluta. Ci fermiamo a mangiare in uno sperduto paesino una delle famose “casas do pasto” (specie di trattorie a conduzione familiare, situate lungo le principali arterie di comunicazione, buone ed economiche).
Arriviamo a Villanova de Milfontes, alla foce del fiume Miura, dove vorremmo concederci un paio di giorni di spiaggia e riposo prima di affrontare la seconda parte del viaggio. Purtroppo le nostre aspettative saranno deluse.
La spiaggia è bella ma affollatissima. Altrettanto affollato – davvero ai limiti della vivibilità – si rivela il campeggio. Quando la sera, al nostro rientro, scopriamo che un cane c’ha pisciato sulla tenda, decidiamo di darci un taglio e puntare senz’altro sull’Andalusia.

19-20-21 Agosto: Siviglia

A Siviglia lo stile di vita e i ritmi delle giornate sono completamente differenti rispetto al Portogallo. La giornata comincia tardi e ben presto s’interrompe nel torpore della lunga siesta pomeridiana. Fino alle sei del pomeriggio e oltre i negozi sono chiusi, le strade pressochè deserte. Il caldo d’altra parte, non concede tregua. Per fortuna non mancano ampi e ombrosi parchi dove riposarsi e ammazzare le ore più bollenti. La vita prende ritmo verso le otto di sera. Intorno alle dieci si può cominciare a pensare di mettere qualcosa sullo stomaco. La movida continua poi senza soste praticamente fino all’alba.
Altra particolarità è che il concetto di cena in senso tradizionale sembra essere molto demodè. Qui si usa girare da una bodega all’altra nutrendosi di sostanze tapas (mini- pozioni di frittura, affettati, formaggi, tortillas e quant’altro) da accompagnare naturalmente con gelate cervezas. Le tapas si consumano direttamente al bancone, gomito a gomito con gli altri avventori, scegliendole tra quelle proposte da ciascun locale. Dopo un po’ si cominciano a conoscere le specialità di ciascuna bodega e si può organizzare il giro di conseguenza. Così, di locale in locale, cerveza dopo cerveza (la birra, d’altra parte, è ottima ed economica), si passa la serata in allegria.

Approcciamo Siviglia dallo storico quartiere di St. Cruz, che fino a qualche decennio fa doveva essere popolare e autentico. Quella che resta è la particolarità della sua architettura, peccato che dentro i patheos ora ci siano negozi di abbigliamento o souvenir.
In questa zona sono concentrate molte delle cose da vedere: il palazzo dell’Alcazar, l’imponente Cattedrale e la relativa Torre della Giralda, di chiarissima matrice araba (sembra la copia del Minareto di Marrachech). Le altre mete turistiche sono per lo più eredità delle Expò che vennero organizzate nella città nel ’29 e nel ’92 (Plaza d’Espana con gli annessi giardini, i padiglioni della Cartuja, che ospitano un’interessante mostra permanente di arte moderna) e il loro aspetto “di rappresentanza” ci affascina decisamente meno.

22 Agosto: Siviglia – Grazalema (160 Km)

Sfogliando alcune guide turistiche sull’Andalusia, in una grande libreria del centro, scopriamo un interessante itinerario che collega i principali “pueblos blancos”, paesi collinari caratterizzati dalle facciate delle abitazioni imbiancate a calce, nell’area geografica tra Arcos de la Frontera e Ronda. Decidiamo di dedicare due o tre giorni all’esplorazione di questa suggestiva zona dell’Andalusia. Inoltrarsi in questa nuova dimensione, dopo giorni di bagordi sivigliani, è un autentico ristoro. L’aria è finalmente più fresca, i turisti italiani pressochè assenti, la vita decisamente più tranquilla. Le architetture minimaliste di questi paesi sperduti tra le montagne ispirano rilassatezza.
Tocchiamo El Bosque e Ubrique, minuscoli insediamenti di candide case dai terrazzi traboccanti di fiori. Approdiamo a Grazalema, un po’ più grande, adagiata su una stretta vallata, circondata dalle vette di montagne ricoperte di pini. Troviamo facilmente posto in un tranquillo campeggio alle porte del paese, inserito in uno splendido contesto naturalistico.
In paese l’atmosfera è fremente di aspettative: si allestiscono luminarie e palchi per la “fiera” che si terrà tra pochi giorni. Al centro della piazza è stato eretto l’albero della cuccagna, sul quale i bambini fanno le prove generali di scalata.

Ci fermiamo a guardare un pezzo di corrida alla tv di un bar, bevendo cerveza, attorniati dalle foto incorniciate dei matador più famosi e dell’immancabile madonna piangente. Ci fanno compagnia vecchietti dagli occhi spiritati che commentano le infilzate con fragorosi “olà”.
La sera l’atmosfera è ancora più tranquilla. L’aria è fresca e pulita. Ceniamo all’aperto, al lume di candela in una romantica piazzetta lastricata.

Motoavventura

23 Agosto: Grazalema-Ronda (30Km)Ronda è un’altra delle rivelazioni di questo viaggio. Autentico nido d’aquila, arroccata sul vertice di una rupe rocciosa, spaccata in due dal canyon scavato da un fiume, è caratterizzata dall’imponente ponte a tre arcate, alto un centinaio di metri, che collega le due sponde. Attraverso un ripido sentiero si può scendere fino in fondo al “tajo” da dove si può ammirare la gola in tutta la sua altezza.
Purtroppo non riusciamo a visitare la Plaza de toros (la più antica di tutta la Spagna) perché proprio oggi ospita un concerto….
24 Agosto: Arcos – Granada (240 Km)Piacevole trasferimento su strade secondarie movimentate e ben tenute, corredate di rilassanti paesaggi collinari. Abbiamo anche modo di sperimentare la genuina cucina locale in una delle famose “ventas”, sperdute trattorie di campagna, un tempo rifugio di briganti e avventurieri.
Arcos è un’altra tipica cittadina andalusa, tortuosa e arabeggiante, fatta di case bianche e vasi traboccanti di fiori variopinti. Passegiando per l’intricato dedalo di viuzze del centro storico abbiamo la fortuna di assistere a un matrimonio tzigano: vero trionfo di colori e vistosi gioielli d’oro, con tanto di maxi ingorgo e assonnati vigili urbani all’opera per ripristinare la viabilità.
25 Agosto: Arcos – Granada (240 Km)Abbandoniamo l’ennesimo campeggio di questo viaggio. Smontare la tenda, chiudere i bagagli, caricare la moto e partire sono le fasi di un meccanismo ormai rodatissimo, affinato quasi quotidianamente e ormai perfezionato al limite delle possibilità umane: venti minuti scarsi e siamo già in moto verso una nuova meta.
Arriviamo a Granada nel torpore del primo pomeriggio. Troviamo subito una pensione economicissima e dignitosa, proprio all’inizio della lunga salita che conduce all’Alhambra.

26 Agosto: Granada

Una considerazione innanzi tutto. Granada non è solo l’Alhambra. L’antica fortezza araba è certo una meta obbligata e ben merita una visita approfondita dalla quale si esce frastornati dal tanto splendore, dallo sfarzo delle sale, dalle sfavillanti decorazioni che ne ricoprono le volte, sulle quali la luce del sole gioca con mille riflessi. Per non parlare dei rigogliosi giardini, delle fontane, della maestosa vista sulla vallata circostante.
Ma la Granada che c’ha colpito di più è quella che si snoda nelle strade del quartiere arabo, così simile alla medine delle città del Marocco, dove si respira il profumo delle spezie e del Kebab che arrostisce sugli spiedi. E le minuscole e intime piazzette, che la sera si riempono dei tavolini dei locali e dei rumori di una vita frizzante.

27 Agosto: Granada – Valencia (580 Km)

Un violentissimo acquazzone che ci accompagna per la prima parte del trasferimento. Poi un sole feroce si asciuga i vestiti addosso. Alle prese con le problematiche metereologiche quasi non ci accorgiamo di lasciarci alle spalle gli ultimi scorci di paesaggio andaluso e di inoltrarci in una nuova regione, della quale già sappiamo che nei pochi giorni che ci rimangono difficilmente riusciremo a cogliere l’essenza, quella che prende il nome della città di Valencia, appunto.
Arriviamo a Valencia nel torpore del primo pomeriggio, stanchi e desiderosi di trovare velocemente una sistemazione. Invece, per la prima volta in tutto il viaggio, incontreremo seri problemi di alloggio. Le pensioni più economiche del centro storico sono tutte al completo. Siamo costretti a ripiegare dapprima sugli squallidi campeggi della periferia sud, poi, considerata la distanza dal centro e i prezzi esosi, ci spingiamo fino a Sagunto, dove, spendendo poco di più, riusciamo ad assicurarci una stanza in una decrepita pensione a due passi dal porto.
Sagunto-porto è una località senza alcun fascino, il suo unico vantaggio è la vicinanza con Valencia: solo una trentina di Km di autostrada.

28-29 Agosto: Valencia

Malgrado la quantità di turisti Valencia sembra essere assopita e priva del colore e della vitalità delle città andaluse.
La visitiamo senza troppo entusiasmo, col pensiero che già corre all’imminente ritorno alla vita di tutti i giorni.
La cosa che ci colpisce ci più è il mercato coperto, il più grande d’Europa a quanto pare, con le sue curatissime bancarelle di frutta, pesce, e generi alimentari vari, sui quali spiccano preziose collezioni di tutte le varietà di jamon iberico (un’altra delle rivelazioni gastronomiche del viaggio).
L’ultimo giorno lo dedichiamo alla visita dell’avveniristica Città delle Scienze, ancora in corso di completamento, dove sperimentiamo la visione di uno spettacolare documentario nel cinema a emisfero.

30 Agosto: Valencia – autostrada Francia (860 Km)

Quel che resta del viaggio è – come direbbe il Califfo – solamente noia… e tante chiacchiere all’interfono, per rendere più piacevole il lungo trasferimento autostradale.
Per gestire al meglio gli ultimi euro della nostra cassa comune, ci fermiamo a dormire nella piazzola di uno degli attrezzatissimi autogrill francesi, in compagnia di camperisti e camionisti.

31 Agosto: autostrada Francia – Roma (900 Km)

Tornando nel nostro appartamento, dopo un mese di vagabondaggio in moto, ci sembra quasi d’entrare in casa d’altri. Dopo aver vissuto per tutto questo tempo avendo come unica dotazione il contenuto delle motovaligie, ci stupisce riscoprire la quantità di “cose” che possediamo. Ci stupisce e ci sgomenta un po’. Che la vita sia più bella con un paio di pantaloni e quattro magliette?

Grecia 2006 Moto e Mare “Birota Team”

 

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X RAI SOCIALE – PELOPONNESO 2006

Periodo: 13/27 luglio 2006

Partecipanti: Aldo e Belinda su Kawasaki ZR7

Vincenzo su Honda PAn European 1100

Pinuccio su BMW R1150GS Adventure

Rino su BMW R1200GS

Abbiamo deciso di celebrare il decimo raid della nostra storia sociale tornando nella nazione che ci ha visto alla prima esperienza internazionale collettiva. La Grecia è un bel posto, la vita non è carissima, la gente è cordiale… sarà per questo che desidero tornarci, pur essendoci stato già 12 volte? Il quesito rimane irrisolto, ma non è poi così importante.

13 luglio, ore 15:00; ci muoviamo per andare a Brindisi, per l’imbarco su una nave che si rivelerà comoda e confortevole. Menomale. Arrivo a Patrasso nella mattinata sucessiva; caldo! Subito in sella per andarea vedere il canale di Corinto, bello e spettacolare. La giornata si è conclusa a Nauplio, dove abbiamo trovato una sistemazione otima, a prezzo irrisorio. Due giorni di sole e mare, e poi via verso Monemvassia, attraverso strade e paesino molto belli. Tutti, meno uno: LEONIDIO, teatro della scivolata collettiva, causa asfalto non definibile. E’ andata bene, tutto sommato, tanto che nei giorni seguenti ne abbiamo anche riso, ma sul momento… Monemvasia è un posto incantato; il vecchio paese, abbarbicato su una rupe a picco sul mare, è da vedere. La tappa sucessiva, fino all’isola di Elafonissi, ancorchè ridicola a livello di distanza, si è rivelata impegnativa a livello di fondo stradale. Una strada stretta e male asfaltata, dove Belinda, alla guida del Kawa carico a morire, perchè Aldo guidava il Pan European di Enzo, ancora dolorante al braccio per i fatti di Leonidio, ha davvero dato il meglio di sè stessa. Complimenti. Elafonissi è un posto eccellente, sembra di stare ai Caraibi. Due giorni di sole e mare anche qui, e poi si continua verso Sparta, non senza passare da Githio, dove la procace Dora, che serviva ai tavoli di un bel bar in riva al mare, ha scombussolato un pò di ormoni… Sparta, nonostante sia la città da cui noi tarantini discendiamo, è molto deludente, ma il pezzo di strada che da Kalamata porta alla città io lo ricorderò per sempre… proseguiamo, e siamo a Pilos; altra sistemazione “violenta” ed economica ed altri due giorni di sole e mare, con la vista della spiaggia di Voidokilia, ad anello perfetto, con un’acqua vista poche volte. Da ricordare, davvero. Pilos Olimpia, 300 km in mezzo alle montagne: ma ne vale la pena? Ho capito amici, seguiamo la costa che facciamo prima, anzi, facciamo così: io mi butto fra le montagne e ci vediamo ad Olimpia, OK? OK!

Lo credereste? Col pensiero e la voglia di rincontrare gli amici, mi sono lanciato fra le montagne con l’entusiasmo di un ragazzino. Bellissimo, selvaggio e fuorimano. Non ho incontrato nemmeno un motociclista. Rendez-vouz ad Olimpia, con visita del magnifico sito archeologico e cena spettacolare da “Bacchus” a pochi km di distanza. Andiamo avanti; tappa sucessiva Killini, località balneare di grido. Sistemazione in campeggio (bungalows) comoda e confortevole, ed altri due bei giorni di riposo, relax e mare. Per la verità il secondo giorno l’ho passato “motociclando” ferocemente fra i monti dell’entroterra Centrale, passando sul nuovissimo e bellissimo ponte di Rio, che unisce Peloponneso e Grecia centrale (come dovrebbe fare il ponte sullo stretto). Siamo verso la fine, e quindi torniamo verso Patrasso, proseguendo per Diakofpto, da dove prenderemo il treno a cremagliera che ci porterà a Kalavrita, paesino sperduto tra le montagne, caratteristico e dall’atmosfera particolare. Il percorso in treno è notevole; strapiombi, fiumi e laghetti, borghi piccolissimi… Vale la pena. Ritorno a Patrasso ed imbarco sulla nave, non all’altezza di quella dell’andata, ma il desiderio di tornare a casa è ormai forte. Sbarcati a Brindisi, sosta cappuccino (finalmente) e poi via verso casa. E’ stato bellissimo; grazie allo scudetto giallo birotiano, il nostro portafortuna, e soprattutto agli splendidi AMIIICI! coi quali ho condiviso tutto questo.

Tunisia Oasi e Deserto

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La scorsa estate, durante le ferie, abbiamo conosciuto due simpatici motociclisti, Walter e Fulvio, che si stavano recando con le loro moto il primo in Cina, ed il secondo in Turchia (come noi). Con i loro racconti di viaggio ci hanno fatto nascere la curiosità di tentare un avventura nel deserto per scoprire, come dicevano loro, “la magia delle sabbie”.
“Non occorre molto tempo, una settimana vi basta per fare una prima esperienza.…” ci dicevano “….certo, andando da soli non potrete inoltrarvi nel deserto, sarebbe da incoscienti e troppo pericoloso, ma di certo potrete affrontarne alcuni tratti e conoscere nuove emozioni di viaggio…è sufficiente andare in Tunisia, che non è poi così lontana”.L’Africa, il deserto, le sabbie… non si può certo rimanere indifferenti a luoghi che nel mio immaginario ho sempre ritenuto essere troppo lontani e fantastici per essere reali, e che fin da bambino hanno stimolato i miei sogni … ma Walter e Fulvio sostenevano che quei posti non erano così irraggiungibili, anzi, tutto sommato, ci si poteva arrivare abbastanza facilmente.
Siccome i nostri interlocutori ci parevano essere tutt’altro che degli sprovveduti, appena rientrati dalle ferie (nell’estate del 2004) ci siamo subito mossi per raccogliere maggiori informazioni sia su come raggiungere il deserto che per capire quali impegni in termini sia economici che di tempo sarebbero serviti.
Non nascondo la gioia di quando abbiamo scoperto che in sole 24 ore un traghetto ci avrebbe trasportato in Africa, era sufficiente raggiungere Genova in moto per imbarcarsi. Saremmo sbarcati a Tunisi, da lì con soli 500 chilometri di strada si arrivava direttamente al Sahara.
Abbiamo organizzato il tutto, chiesto le ferie, prenotato un traghetto (ci sono più compagnie che effettuano la tratta Genova-Tunisi con partenze in giorni differenti, pertanto è possibile scegliere quella che meglio soddisfa le proprie esigenze), preparato la moto x il viaggio (con l’immancabile appoggio del mio babbo) e grazie all’aiuto di Katja e Fabio ci siamo attrezzati con il giusto abbigliamento invernale.Partenza!16 Febbraio 2005, il traghetto parte da Genova il pomeriggio alle 18.00. Per fortuna oggi non piove, anzi c’è pure un bel sole, ma il freddo è tremendo!

Durante la traversata trascorriamo il nostro tempo con un simpatico pensionato piemontese che sta andando in Tunisia con la sua fiat Tipo per fare un giro turistico e rivedere le persone che aveva conosciuto l’anno prima.

Sbarchiamo a Tunisi la sera dopo che è quasi buio.

Uscire dalla dogana è una mezza avventura, soprattutto a causa dei doganieri che, corrotti, ti chiedono denaro per evitarti di avere noie e perdite di tempo.

Capiamo subito che deve essere un’abitudine diffusa, così ci limitiamo a tirare un po’ sul prezzo (anche qui si contratta) poiché il tempo fuori non è dei migliori e vogliamo trovare un albergo prima che venga buio, riusciamo a cavarcela con 20 Euro (il capo dogana ne aveva chiesti 50….. fa una gran rabbia che vogliano soldi per fare il proprio dovere, ma non possiamo nemmeno denunciare la cosa visto che è proprio il capo delle guardie che gestisce i traffici).

Prendiamo qualche goccia di pioggia nel tratto di autostrada (l’unica di tutta la Tunisia) che collega Tunisi ad Hammamet, dove ci fermiamo per la notte.

Tatauine e gli ksour

La mattina partiamo alla volta ti Tatauine, città famosa perché punto di partenza per la visita agli ksour (granai fortificati). Arriviamo nel pomeriggio e troviamo subito un albergo per la notte, siamo nella città più a Sud del nostro viaggio.

Gli Ksour (singolare ksar) sono dei granai fortificati costituiti da tante stanze (ghorfa) coperte con una volta.

Le “ghorfa” si sovrappongono l’una all’altra sino a realizzare delle cortine edificate alte anche 4 piani (4 ghorfa sovrapposte). Queste cortine si chiudono attorno ad una piazza centrale.
Le aperture di accesso alle celle sono tutte rivolte verso la corte centrale, mostrando in questo modo all’esterno solo una muratura piena….insomma si tratta di una sorta di fortino.
Improbabili scalette in muratura consentono l’accesso alle ghorfa più alte. Abbiamo notato dei rami che fuoriesconoo dal tetto dei piani più alti: secondo noi servivano come aggancio per gli argani usati per sollevare il grano che veniva poi depositato all’interno di grandi otri murate nei pavimenti delle ghorfa.
Non sono riuscito a capire da dove provenisse il grano, per tutto il viaggio non abbiamo mai incontrato coltivazioni del genere, per carità… tantissimi palmeti, frutteti ed orti… ma del grano nemmeno la traccia …. forse per questo era un bene tanto prezioso.
Ogni città e paese ha il proprio ksar. Sicuramente vale la pena visitare quelli più turistici (ampiamente indicati in qualsiasi guida) che in effetti sono i più fotografati proprio perché i più belli.

E’ però molto interessante fare anche due passi negli ksour “non turistici”. E’ molto particolare infatti vedere come parte di queste strutture vengano oggigiorno ancora utilizzate nella vita quotidiana, certo non più come granai, ma come depositi, piccoli laboratori, parti di abitazioni. Consiglio di andare a vedere Ezzara, dove la corte di uno degli ksar presenti è diventata una delle piazze principali dell’abitato, è un ambiente davvero particolare e suggestivo (seppure non citato dalle guide turistiche che avevamo con noi). Visitandolo abbiamo scoperto che poco tempo prima era stato utilizzato per realizzare un servizio fotografico per alcune ragazze che avrebbero partecipato a miss mondo 2005.
La sera e si torna in albergo a Tatauine: domani si parte per Ksar Ghilane !

 

Ksar Ghilane

Si tratta di un oasi (con il suo immancabile ksar) posta all’interno dell’Erg Orientale, cioè tra le sabbie del Sahara… seppure solo al suo inizio.
Siamo esaltati, per noi è la prima volta che si va nel deserto!
Sappiamo benissimo che si tratta di una meta estremamente turistica ed ormai facilmente raggiungibile con qualsiasi mezzo (magari con un po’ di pazienza). Ci si può arrivare percorrendo la pista che costeggia il gasdotto che attraversa la Tunisia da Sud a Nord, partendo dalla strada che collega Matmata con Douz.
Noi invece abbiamo intenzione di raggiungere Ksar Ghilane utilizzando la pista che parte subito dopo Chenini (vicino a Tatauine) per poi arrivare a Matmata per sera usando il percorso che ho sopra descritto (in totale sono circa 230 km).

Per arrivare alla meta, dove tra l’altro c’è anche un laghetto alimentato da una fonte termale, la nostra mappa indica un percorso di circa 120 km (partendo da Tatauine) dei quali 100 di pista.

Prima di partire ci siamo informati bene sui rifornimenti, non si trova benzina per tutto il tratto…e siccome la nostra motina ha un autonomia di circa 220 km, dobbiamo portarci della benzina extra che sistemiamo in una tanica.

Si parte!!

I primi chilometri di pista sono devastanti! Il fondo della pista è duro e non è sabbioso ma pare fatto da una serie infinita di dune in miniatura alte 2 o 3 cm che provocano un fastidiosissimo effetto frullatore…

Ad un cero punto ricordo che qualcuno mi aveva detto che occorreva trovare la “velocità giusta” per permettere al mezzo di “planare” sulle dunette evitando le fastidiose vibrazioni. Dicevano anche che questa velocità può variare da mezzo a mezzo a seconda del peso, del diametro delle gomme e della dimensione delle dunette. Questi fattori danno origine infatti alla frequenza di vibrazioni…che alla lunga ti spaccano la schiena.

Faccio un po’ di prove.…trovata !!

Non mi avevano raccontato una frottola!

Ora va molto meglio.

Dopo una trentina di chilometri spariscono le colline brulle e tutto intorno è sabbia!

Eccoci nel deserto!! Che emozione, la pista mantiene il suo fondo solido (e ondulato).

Più avanti superiamo una sorta di bar realizzato in una baracca improvvisata e gestito da un’intraprendente tunisino che cerca in tutti i modi di farci fermare per consumare qualcosa. Noi tiriamo dritto.

Mi rendo conto di essere su una sorta di “strada maestra” del deserto, ed immagino che nei periodi di maggiore turismo sia solcata dai fuoristrada che portano i turisti a visitare l’oasi di Ksar Ghilane. Bene, visto che siamo soli, almeno sappiamo che se dovesse succedere qualcosa c’è un punto di riferimento.
Abbiamo percorso circa 70 km. di pista quando iniziamo ad avere alcuni problemucci. Il vento che perdura da alcuni giorni ha spostato le dune coprendo tratti della pista, così sono costretto a superare quei tratti da solo, mentre Jana segue a piedi.

Per fortuna ogni tratto è lungo solo poche decine di metri.

Percorriamo in maniera più rallentata altri 10 chilometri circa dove, dopo una lunga salita la pista sparisce completamente nella sabbia. Proviamo lo stesso a passare (sempre io in moto e Jana a piedi) ma questa volta è impossibile superare la sabbia che è molto morbida e profonda (la pista deve essere parecchio sotto rispetto la duna spostata dal vento).

Facciamo un tratto…ma la moto è troppo carica e mi insabbio! Ci vuole parecchio tempo per uscire dall’impiccio e tornare con le ruote su qualcosa di duro.

Valutiamo la situazione… abbiamo già percorso circa 80 km. di pista e tra poco dovrebbe iniziare l’ultimo tratto che sulla nostra mappa viene indicata come “non sempre percorribile….”

Accidenti! Capiamo che non è proprio il caso di tentare di proseguire, anche perché se prima ogni tanto sulla pista riconoscevi il segno di un passaggio recente di pneumatici, nell’ultimo tratto di questi segni non c’è traccia.

Non conviene fare gli eroi, così giriamo la moto e torniamo verso Tatauine.

Da quando avevamo superato il tratto montagnoso e la pista era entrata nel deserto abbiamo visto come questa si diramava in piu’ tratti che credo fossero alternativi al tracciato principale. Noi abbiamo sempre seguito la pista che ci pareva essere la principale in quanto la più battuta.

Fatto sta che al ritorno ci incasiniamo un po’ con questi percorsi alternativi e ci perdiamo con dispendio di tempo ed energie (caduta ed insabbiature varie). E’ proprio vero che l’inesperienza si paga!

Arriviamo a Matmata nel pomeriggio percorrendo strade tradizionali, Ksar Ghilane rimane nelle nostre menti con una tacita promessa: “tanto ci torniamo…la prossima volta si viaggia leggeri”.

Per consolarci (soprattutto io) passeremo la notte in una delle case troglodite di Matmata, hotel Sidi Driss, dove hanno girato Guerre Stellari.

Matmata

Devo ammettere che dormire nella casa del giovane Luke Skywalker mi ha risollevato il morale.

Siamo gli unici 2 ospiti dell’albergo ricavato nella casa troglodita, le camere (che sono scavate sotto terra e si raggiungono attraverso un tunnel gradinato) sono estremamente suggestive e, pur non avendo riscaldamento non sono nemmeno troppo fredde.

L’albergatore ci spiega che essendo la casa scavata nel sottosuolo, le camere mantengono una temperatura interna pressoché costante, o quanto meno rispetto l’esterno risultano calde d’inverno e fresche d’estate.

In effetti in camera c’erano circa 16-17 gradi, che rispetto i 5-6 dell’esterno sono parecchi… dormiamo molto bene e senza soffrire troppo il freddo. Per maggiore sicurezza l’albergatore ci mette a disposizione parecchie coperte e, comunque, noi abbiamo i nostri sacchi a pelo.

La cena (che viene portata dalle cucine del vicino albergo) ci viene servita alle 18 circa… alle 20 siamo già a letto…. Poco male, la giornata è stata dura e siamo devastati!

Prima di dormire il guardiano mi chiede di portare la moto nel cortile della casa troglodita passando x le scale … rimaniamo un po’ basiti … nei nostri giri c’eravamo abituati al fatto che spesso gli albergatori volessero che tu mettessi la moto nella hall dell’albergo, ma pensavo che la casa troglodita fosse considerata un bene storico. Comunque obbedisco!

Al risveglio, dopo una buona colazione, facciamo un giro per Matmata e ci rendiamo conto che risulta essere una visita molto breve, in quanto la parte interessante del paese (cioè la zona con le case troglodite) è molto piccola.

Così si parte per Douz, ad un certo punto del tragitto passiamo di fianco all’oleodotto che segna la pista x Ksar Ghilane (da dove saremmo dovuti sbucare secondo i nostri programmi). La percorriamo per un breve tratto, così, per curiosità.

 

Più che una pista è un’autostrada in terra battuta. Se avessimo avuto sufficiente benzina saremmo andati fino in fondo, ma purtroppo così non è, e non ci sono distributori fino Douz, perciò dopo una breve deviazione riprendiamo la strada per la città.

C’è molto vento oggi e deposita la sabbia sull’asfalto facendole fare curiosi disegni che ricordano quelli che fa la neve quando è molto farinosa ed è trasportata dal vento.

Douz

La città è abbastanza grande e si divide in due aree ben distinte: la zona turistica, ricca di alberghi lussuosi che si trova proprio di fronte al deserto, e la città vera e propria. Troviamo molto caratteristica la piazza del mercato nella città vecchia: un’enorme spazio quadrato e porticato con grandi portali di accesso al centro dei quattro lati.

La nostra guida descrive Douz come una sorta di “parco giochi del deserto”, in effetti ci rendiamo conto che proprio perché a ridosso delle dune la città si è organizzata per accogliere i numerosi turisti ed offrire loro la possibilità di praticare varie attività sulla sabbia: trekking a piedi ed in cammello (numerosissimi i cammelli che attendono i pullman di turisti per una passeggiata nel deserto), mountain bike, tandem, escursioni in Quad, jeep o motocicletta.

C’è addirittura una pista su sabbia per Quad ed hovercraft ed anche un “cammellodromo” (questo vale la pena vederlo, non è bello ma è molto curioso… soprattutto se trovate qualcuno che vi spiega come avvengono le gare).

Approfittiamo della moto scarica per fare un breve giro tra le dune.

 

Effettivamente l’attrattiva principale di Douz non è la città ma è proprio il deserto. Visitata la città facciamo un giro nei dintorni ed arriviamo a Zafrane, ma c’è troppo vento e comincia a fare freddo, così torniamo in albergo…bellissime le dune a perdita d’occhio.

Lasciamo Douz di buon’ora (abbiamo pernottato in un alberghetto che consiglio vivamente: l’Hotel 20 Mars, vicinissimo al centro città, pulito ed economico) ed andiamo a Tozeur, ma prima facciamo un paio d’ore di sosta a Kebili perchè oggi è giorno di mercato!

Ragazzi, il mercato locale è bellissimo! Forse a causa della stagione siamo gli unici 2 turisti ed un po’ per questo ed un po’ per l’abbigliamento da moto, siamo guardati con curiosità che si lasciano anche scappare qualche sorriso.

C’è tantissima gente e si vende davvero di tutto, ci sono generi alimentari, botteghe artigiane (i falegnami lavorano sulla strada i loro prodotti), abiti, venditori di animali (soprattutto capre, cavalli ed asini), venditori di cose vecchie (anche vestiti e scarpe usate), elettrodomestici…. Insomma un vero e proprio bazar a cielo aperto.

Riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Tozeur, leggendo la guida capiamo che per arrivarci si farà una delle strade più particolari della Tunisia: quella che attraversa il “Chott el Gerid”.

Si tratta di un immenso lago salato che si estende sui due lati della strada, ogni tanto si trovano dei possibili accessi al fondo del lago che consentono di fare qualche tratto di “fuori pista”.

Non ci sono benzinai ma tanti spazi di sosta con ristori e negozi per turisti.

Il panorama è mozzafiato… tutto intorno l’orizzonte è piatto, il fondo del lago è bianco per via del sale e a causa delle rifrazioni che si creano è possibile vedere i miraggi.

Facciamo non poche soste per le foto e nonostante il pieno carico tentiamo qualche tratto in fuori strada. Il fondo è piatto, sabbioso e ricoperto da una sottile crosta di sale che si rompe sotto il nostro peso.

Subito sotto la crosta di sale (forse perché è ancora inverno ed il sole non è ancora eccessivamente caldo) la sabbia è inzuppata d’acqua e per questo è estremamente morbida.

Così si rischia di rimanere impantanati….meglio stare sulla strada!

 

Tozeur

Tozeur è bellissima, approfittiamo del pomeriggio per visitare la medina (città vecchia) caratteristica per le decorazioni berbere delle case.

I muri sfruttano l’alternanza dei mattoni a vista per creare disegni geometrici a bassorilievo (simili a quelli che si vedono nei tappeti).

 

Una guida locale (questa volta in carne ed ossa, non il solito libro che usiamo) si presenta come presidente delle guide della medina di Tozeur e ci attacca un bottone tremendo!

Alla fine ha la meglio su di noi (oggi proprio non siamo in vena di contrattazioni) e ci accompagna per tutto il giro. Per fortuna almeno è simpatico.

Ad un certo punto arriviamo di fronte ad un muro decorato che ci spiega essere un luogo particolare perché qui si può compiere un caratteristico rito porta fortuna, tipico di questa città.

Occorre esprimere un desiderio e lanciare un sassolino sul muro che ci sta di fronte, se la pietruzza si ferma tra le decorazioni a mattoni il desiderio sarà avverato.

Alcuni turisti tedeschi stanno tentando…noi li osserviamo mentre chiacchieriamo con il nostro accompagnatore.

Mi viene da raccontargli che anche nella mia città c’è un luogo dove le persone vanno per esprimere desideri e cercare fortuna, lui mi interrompe spiegandomi l’origine religiosa dell’usanza che stavamo osservando.

Dopo questo suo inciso, per non creare fraintendimenti, scivolo su un altro discorso…. Come faccio a dirgli che a Milano “si schiacciano le balle del toro”?

Usciti dalla medina facciamo un giro a piedi per la città e per l’enorme palmeto.

Verso Ovest, nella zona turistica, c’è il punto panoramico di Tozeur: una formazione rocciosa alta una quindicina di metri (tantissimo considerando che attorno tutto è piatto) che hanno racchiuso all’interno di una vasta area che sta diventando parco cittadino (in costruzione al momento della nostra visita).

Anche se non è nulla di speciale vale la pena dedicarci una mezz’ora, quanto meno per vedere i tremendi faccioni in finta roccia del presidente tunisino che vogliono rifarsi ai famosi         ritratti dei presidenti americani scolpiti nella montagna.

Le oasi di montagna

Partiamo di buon ora, come al solito, ma questa volta con la moto scarica per andare a visitare le oasi di montagna.

Per arrivarci si attraversa un altro lago salato il “Chott el Gharsa”. Il fondo è più asciutto e la moto non ha i bagagli, così entriamo per fare un bel tratto in fuori strada nel chott e vedere l’effetto che fa. Bellissimo, se vi capita ve lo consiglio.

Come arriviamo alle oasi di montagna ci rendiamo conto che sono davvero fantastiche.

Non sto a raccontare come sono fatte e come mai oggi sono disabitate. Questo lo potete leggere su qualsiasi guida turistica. Gli ambienti però sono davvero mozzafiato, sarebbe un peccato non visitarle, soprattutto Chebica – per via della fonte calda che alimenta il suo palmeto – e Mides (a 1 km. dall’Algeria) per l’enorme canyon su cui sorge.

Torniamo a Tozeur che è tardo pomeriggio, ma prima di andare in albergo (memore della canzone di Battiato) voglio vedere la ferrovia e i suoi treni.

Ormai manca solo un giorno alla partenza del traghetto, così ci prepariamo al rientro. Abbiamo deciso di viaggiare di notte per raggiungere Kairouan, per poterla visitare con calma l’indomani prima di tornare a Tunisi per l’imbarco.

Casualmente prima di uscire dalla città incontriamo di nuovo il pensionato piemontese che avevamo conosciuto in nave, un incontro piacevole e inaspettato.

 

Kairouan

E’ la “città santa e dei tappeti”. Qui si trova la mosche più grande, non solo della Tunisia ma di tutta l’Africa…veramente spettacolare. La città è anche famosa per la sua produzione di tappeti.

 

Giriamo a piedi per tutta la giornata ed è sufficiente per vedere tutto quanto, lasciando anche un po’ di tempo per lo shopping.

La città è davvero bella ed è meno turistica di quanto me la aspettassi. Nel tardo pomeriggio partiamo per Tunisi, abbiamo il traghetto alle 22.

 

 

 

 

Rientro

L’unica cosa curiosa del rientro in italia è stato trovare la neve (parecchia a dire il vero) sul bordo delle strade e nei campi circostanti.

A dire il vero c’è stato un altro intermezzo da raccontare.

In nave abbiamo conosciuto Silvano, un ragazzo che occupa parte del proprio tempo per accompagnare gruppi di appassionati del fuoristrada in raid nel deserto. Ci ha raccontato di diversi viaggi fatti, mettendoci in testa un piccolo tarlo, proprio come avevano fatto Walter e Fulvio all’inizio del nostro racconto.

Parlando con Jana delle nostre prossime vacanze in moto ci rendiamo sempre più conto che quel piccolo tarlo ha già iniziato a lavorare, influenzando le nostre fantasie, ed il nome paese più ricorrente tra le varie ipotesi per la prossima vacanza e quello della Libia. Staremo a vedere.

 

 

Perodo: Febbraio 2005

Moto: Kawasaki KLR 650

Equipaggio: Carlo e Jana

e-mail: carlo.oggionni@tiscalinet.it

Provenza 2004

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DOLCE PROVENZA

Racconto di un viaggio in Francia in Cotê Azur, Provence, Languedoc

“CAST”

Moto: Honda Vardero XL 1000 V Varadero, completa di bauletti laterali GIVI da 42 l e bauletto centrale GIVI da 46 Litri, GPS Garmin ique 3.600 su borsa da serbatoio della GIVI ed attaccato a presa accendisigari da 12V
Pilota: Alberto
Passeggero: Federica (mia moglie)
Partenza da Palermo: 30 settembre 2004, ritorno: 11 ottobre 2004
Km percorsi: 2.300
Guida utilizzata: “Francia Meridionale della EDT, Lonely Planet”, più vari racconti scaricati dal web
Attrezzatura fotografica: Canon Powershot Pro 1 e Sony T1

RACCONTO

1 Ottobre 2004; Vendredì

Prima tappa GENOVA-MENTONE, 170 km. Abbiamo incontrato un po’ di pioggia, inaugurando i vari completi niagara e diluvio a nostra disposizione.
MENTONE, e’ una cittadina deliziosa che ricade nella zona piu’ calda della FRANCIA grazie ad una serie di correnti di aria calda che qui si concentrano.
Passeggiata sul lungomare, eccellenti crepes di gallette bretoni integrali con uovo, emmental, salsiccia piccante (presso la “Petit cava”, localino in pietra viva con piccolissima porticina d’ingresso).. seguita da passeggiata per il centro di questa cittadina deliziosa e delicata, profumata e ricca di monumenti; bellissima la chiesa-bastione alla fine di una lunga scalinata a forbice. Ritorno in albergo, lego la moto e sono abbordato da ben qattro ragazze nell’unico momento di distrazione del viaggio di Fede.
Il gestore dell’albergo parla italiano, e pur essendo francese e’ particolarmente cortese.

2 Ottobre 2004, 1 Ottobre 2004, Samedì

L’indomani sveglia alle 7.45, colazione con quiches au porron ed espresso, passeggiata ta i mercati variopinti di Menton,che si rivela particolarmenta graziosa; partiamo dunque per Montecarlo, facendo tappa, attaverso la Gran Corniche, a Roquebrune, paesino medievale delizioso, in cui e’ incastonato un castello della famiglia Grimaldi.
Quindi Eze,solo di passaggio e Montecarlo, con i suoi palazzi spropositati ed a volte orrendi ed il bastione, un po’ finto ma interessante. Pasto ricco con sandwich, giro sul circuito F1, poi verso Antibes e Nizza. passeggiata a la Promenade des anglais, vista della vieux cite’, caffe’ al cafe’ de Torin, poi siamo andati a Cagnes sur mer, paesino medievale, arroccato su un pizzo di alta montagna, da vedere ASSOLUTAMENTE e Vence, altro paesino antico (mi sembra di rivivere le gesta di antichi cavalieri e la chanson de Roland), in cui era in pieno svolgimento una festa a tema medievale, ricca di prodotti tipici.
Mi piace vedere e girare tanto, senza fermarmi troppo in un posto, che poi diventa inevitabilmente ripetitivo, ma inebriandomi di nuove atmosfere. VOGLIO UBRIACARMI DI FRANCIA!!!
Prendiamo quindi la D02 per castellane, porta,sulle alpi marittime, per visitare e godere il Parc du Verdon. Primo rifornimento a 1.250m di altiudine, pernottamento presso il Gran hotel du levant (37€ la camera con doccia, e 51€ quella con vasca da bagno; praticamente in Francia farsi il bagno è considerato un lusso e chiedendo camere con doccia, che sono comunque molto efficienti e ben più spaziose delle nostre, si può risparmiare un bel pò!). I paesaggi, le strade, la vita animale e vegaetale, l’asfalto ci hanno incantato.

3 Ottobre 2004, Dimanche

Ci alziamo di buon mattino per organizzare una mattinata di rafting alle gole del verdon. Andando in giro, pero’, troviamo tuti i raft center chiusi, tranne quello del “porco”, un tipo particolarmente vastaso che intercala continuamente parolacce nei discorsi, che con sua grande genilezza, ci informa che la stagione e’ chiusa. Il freddo si taglia con il coltello, la moto e’ ricoperta da rugiada, ma il cielo e’ splendido. Dopo una breve colazione (quiche chevre…. mmmmmmmmmhhhhh), partiamo, e la strada, costeggia cosi’ da vicino il fiume, che ci sembra quasi di essere li’ a combattere con le rapide…il paesaggio mozza il fiato, per l’altezza delle gole, la varieta’ del fiume e la trasparenza dell’acqua. Arriviamo dopo parecchie soste al punto di attraversamento a piedi delle gole…Fede assaggia l’acqua e poi entriamo in una serie di gallerie non illuminate, che ci trovano sprovvisti di torcia. Le percorriamo a piedi, confusi e spaesati alla sensazione di disagio che il buio sa regalare a chi e’ abituato alla luce; qualche colpo di flash ci fa rendere conto che non ci sono crepacci. il buio nero,come solo nel ventre profondo della rocca può essere, ci inghiotte e fa dilatare gli spazi….. se poi c’e’uno spiraglio di luce in fondo, regala un’emozione mistica di richiamo alla luce, di fluttuazione.
Proseguiamo per le gole, un’emozione continua. Gli scenari che il Verdon offre, sono impressionanti. La forza della natura, incarnatasi nel fiume Verdon, nel corso di migliaia di anni ha scavato delle gole profondissime e selvagge. Le sue acque, fredde e cristalline, regalano ai visitatori brividi emozionanti. Oggi, le gole sono il paradiso degli arrampicatori (ne abbiamo visti ben 6 su pareti con inclinazioni negative da brivido) e di coloro che praticano le “vie del fiume” dai più diversi nomi: rafting, canoying, canoa rafting, acqua rafting etc.
Il paesino piu’ bello che abbiamo passato in moto e’ stato “palud sur verdon”; la strada e’ piacevolmnte percorsa da motociclisti e ciclisti domenicali. Incontriamo un motociclista piemontese simpatico e ripartiamo. Sul cammino troviamo un lago enorme e subito dopo incominciano i campi di lavanda, prima “petit”, poi estesissimi e la campagna della provenza. Curve, altopiani, boschetti ed altri paesini deliziosi. Ci fermiamo x mangiare a Vallensole dove gustiamo la piu’ buona torta al cioccolato che io ricordi. Poi rotta per Arles, 1,5 h di percorso in autostrada, molto scorrevole. Arles e’ deliziosa, passeggiamo in lungo ed in largo e mangiamo in un grazioso ristorante franco-marocchino “l’almondier”

4 ottobre; Lundi’

Visita ad Arles, all’anfiteatro, che e’ ancora arena per chi vuole assistere alla Corrida: pregevole. Giriamo poi per le straduzze della citta’, la cattedrale ed il chiostro di St Trophime, bellissimo, e percorriamo l’espace Van Gogh, dans l’hotel de dieu, dove fu ricoverato. Ho qui riflettuto sull’uso che lui faceva del giallo e del verde, per ravvivare una realta’ molto piu’ grigia. Mangiamo e partiamo per la Camargue, passando per il celebre ponte di legno, ritratto da Van Gogh; lo spazio rurale intorno c’e’ancora ed e’ dunque molto bello da vedere. Sulla strada per St. Maries de la mer, incrociamo fenicotteri, cavalli tori, oltre ad una serie di acquitrini vastissimi; il vento e’ forte ma non fastidioso (la proezione offerta dal cupolino da me modificato è davvero notevole!!). St. Maries de la mer e’ un paesino quasi adaluso dedicato alle quattro marie della tradizione cristiana (Maria madre di Cristo, M. Maddalena, M. Salomè e la quarta non la ricordo…), con costruzioni basse, tranne la bella cattedrale-fortezza, all’interno e’ completamente scura, con una cripta dedicata a st. Sarah, protettrice dei nomadi, riscaldata ed illuminata a giorno dalle candele votive…notevole visto che gli spazi son molto scuri. Facciamo una gita in barca sul petit. rhone, ed ammiriamo, attraverso il fiume le specie animali e vegetali senza turbare i delicati equilibri della zona.
Procediamo quindi per Aigues mortes, paesino medievale cinto da una serie intera di mura medievali e rettanolari; notevole la cattedrale di Notre dame des sables, la piazza e le vie. Si puo’ davvero capire come era la vita nel medioevo. Ritorno ad Arles dopo cena tra banchi di nebbia che si facevano sempre piu’ fitti.

5 ottobre; Mardi’

Partiamo un po’tristi di lasciare l’hot. amphiteatre, alla volta di Nimes: vediamo l’arena e le maison carre’, tempio romano esastilo, periptero, in antis (con pronao), perfettamente conservato; di fronte c’e’ uno splendido edificio progettato da Sir Norman Foster, ELIMINANDO UN TEATRO DELL’OTTOCENTO, l’Art Carre’.
Pranziamo in un posto consigliato dalla lonely planet, “le bistrot de tatie agnes”, dove ci hanno servito delle splendide e gigantesche insalate. Siamo dunque partiti alla volta di Carcassone. Abbiamo percorso l’autostrada sino a Beziers (A9), e poi la D05, percorrendo vigneti e paesini deliziosi, viali alberati da platani enormi ed altissimi, ponti e Chateau antichi, sino a questa cittadina della languedoc, famosa per la sua cinta muraria, i tetti a cappello di fata e la struttura medievale; qualche piccolo problema a trovare l’albergo, in questa zona la EDT non e’ molto aggiornata, e poi saliamo alla volta della citè; la parte antica e’ resa inaccessibile da circoli viziosi di stradine, che grazie al GPS, scavalchiamo, ma troviamo ad attenderci un guardiano, con tanto di sbarra chiusa… ci chiede dove siamo diretti, e noi bellamente gli rispondiamo che siamo diretti al nostro albergo; “quale?” ci chiede il prode custode, “mmmmhh…non lo ricordo”, lui spara 2-3 nomi ed io concordo sul terzo nome, l’hotel de ville, praticamente l’hotel piú caro della regione; comunque la beve (capiamo che è stato benevolente verso l’unico motociclista straniero che ha visto di recente) e noi saliamo, soli su un mezzo tra tanti pedoni che ci guardano straniti. Piove un pioggia leggerissima, ma insistente e cade una nebbiolina che rende il tutto mooooolto romantico. Ci rendiamo conto che questo spazio delizioso è un po’ artefatto, l’architetto Le Duc, l’ha modificato secondo la sua idea di paesino medievale. Comunque l’insieme risulta davvero suggestivo; da notare il castello con fossato e ponte e la cinta muraria, che scendendo, visto che non conosciamo le strade, ci vede protagonisti di una diversione su sabbia….Fede pensava che stessi scherzando, ma la moto praticamente sciava-scivolava sul fondo ”stradale-sabbioso”. Passiamo alla cena, dopo avere riposto la moto nel garage dell’hotel Astoria, e troviamo il bistrot piu’ bello del viaggio, ”le bistrot d’Augustine” dove per giunta i camerieri non sono antipatici… non ci sentiamo in Francia, quasi e si vede che il confine con la Spagna dista poco piu’ di 100 km., L’indomani comincia il ritorno

6 ottobre; Mercredì

Si parte x Avignone, prendendo la A 9 x Narbonne, e poi prendiamo la statale per visitare il museo della vite e del vino di Lezignan-Corbieres. Le strade sono meravigliose, il museo meno, ma e’ ”tenero”, in quanto assolutamente incongruo con la perfezione dei paesini e la minuziosa suddivisione in Terroir e Chateau del territorio francese.
Degustiamo qualche vino, compro qualche libro e poi andiamo verso l’abbazia cistercense di Fontfroide, nell’omonima cittadina, a detti di molti della zona la piu’ bella abbazia dei dintorni… ed effettivamente cosi’ sembra solo che non sembra esserci anima. Passeggiamo nei dintorni, ammirando varie specie mediterranee, e quado ormai abbiamo deciso di andare, l’abbazia viene aperta per le visite. Cio’ che piu’ mi ha colpito e’ la semplicita’ delle strutture, che non dovevano distrarre i monaci cistercensi dalla preghiera e dall’intenso rapporto con Dio, e quindi prive di decorazioni con figure animali; dopo circa 1,5-2 ore di visita molto coinvolgente, lasciamo l’abbazia, incantati e partiamo per Montpellier, non prima di essere passati per Adge (ed il suo mercatino delle pulci all’aperto), la lingua di terra suggestiva che la lega con Sete, tra mare e laguna. “Pranziamo” alle 17,30 in una boulangerie-patisserie di Sete, gioendo della bontà dei prodotti da forno francesi, sempre ricchi di formaggi e verdure gustose ed arriviamo al Pont du gard (imponente ponte a tre livelli parte di un acquedotto di 53 km fatto costruire da Agrippa, per fare arrivare l’acqua ad Orange) alle 19,00 e ad Avignon alle 21.00. Ci fermiamo all’hotel d’Angleterre (sceglie Federica), che offre anche, oltre alle camere decorose ed alla posizione centrale, un parcheggio interno per la moto. Passeggiata serale, vediamo le palais du papes, i locali aperti, e poi torniamo in camera, dopo una discreta crepe alla nutella (Fede) ed un kebab (moi).

7 ottobre; Giovedi’

Mattinata al palais du papes, interessante ma molto spoglio; inoltre gli avignonesi pubblicizzano l’immagine di una citta’ vocata allo spirito ed alla luce, invece sembra che nel XIV secolo, nei circa 70 anni in cui il papato fu spostato ad Avignone la citta’ divenne una Sodoma dedita ai piu’ sordidi peccati….
Siamo poi passati al famoso ”Pont d’Avignon” e poi partiti per la cittadina di Ardetium-Orange, in cui c’e’ uno dei tre teatri al mondo con l’intera scena (gli altri due sono in Turchia e Giordania), alta 37 m, con una cavea per 10.000 posti…molto bello ed imponente. Visitiamo le gallerie di collegamento tra le diverse zone del teatro, che secondo i francesi servivano per servire i rinfreschi, mentre probabilmente erano destinati agli incontri amorosi con donne quantomeno facili (considerando la natura oscena degli spettacoli nell’ultima parte dell’impero, che furono vietati nel 503 d.c.da Giustiniano, che aveva sposato proprio un’attrice famosa… Teodora).
Partiamo a razzo per la cantina cooperativa di Carraine, che riusciamo a trovare solo grazie a CAPECE ovvero il nostro caro amico GPS; viviamo un’esperienza dedicata ai cinque sensi, bella l’idea di far sentire i rumori, la pioggia, gli insetti, etc. Molte foto belle, interessante la sala dei profumi e degli abbinamenti col cibo. Comunque la degustazione ci è piaciuta moltissimo ed e’ stata accompagnata da una piacevole conversazione con la guida.
Siamo dunque partiti per Vaison le romain, delizioso paesino medievale (ma co tutte ‘ste stradine anguste e salite al 30% di pendenza, con curve a scendere impressionanti, come avremmo fatto senza il nostro mitico destriero?), arricchito guardacaso da molte rovine romane (sembra quasi di essere a casa se non fosse per la cura del paesaggio e l’armonia dei luoghi…) ed un ponte molto interessante.
Ritorniamo ad Avignone, lasciamo ”il destriero alle stalle” e comincia una passeggiara infinita nelle zone trendy, per trovare il nostro ristorantino; ma alle 21,30 il locale scelto da Fede C’est ferme’. Fortunatamente ci risolve il problema un ristorante Cambogiano con il primo cameriere VERAMENTE gentile. Concludiamo con una splendida crepe, perche’ ”e’ il penultimo giorno in Francia!”.

8 ottobre; Vendredì

Andiamo verso Nizza passando da Marsiglia; ne visitiamo alcune zone, promettenti, il santuario della ”Notre dame de la guarde” ed il ”Viex port”.
Giudizio: caotica ma interessante. Andiamo poi verso Nizza ed arriviamo presto per trovare un buon albergo, il “touring” gestito da due finocchioni gentili. Passeggiatone per la citta’ in moto e poi a piedi per trovare “IL” ristorante dell’ULTIMO giorno. Passiamo dalla zona nuova a quella vecchia, ma troviamo solo pizza e pasta, pasta e pizza… Siamo davvero in Francia?. Ma i nostri eroi riusciranno a trovare l’unica creperia con piatti salati e dolci della citta’. Mi faccio fare una mitica crepê creola con uovo, prosciutto crudo, emmenthal e gorgonzola dolce. Fede e’ molto soddisfatta, passeggiamo per locali.

9 ottobre; Samedì

Nizza il Sabato mattina, con mercato delle verdure e dei fiori ed il sole e’ splendida. Shopping nei grandi centri commerciali e pranzo tra le viuzze della citta’. Ci intrattengono 4 capoeiros davvero agili ed “energetici”.
MA IL SALUTO DELLA FRANCIA CE LO DANNO I “BLUE DIABLES”, CIRCA 25 RAGAZZI/E, PERCUSSIONISTI GUIDATI DA UN DIRETTORE IN SALOPETTE, CHE SUONANO UNA MUSICA DAI RITMI ASSOLUTAMENTE COINVOLGENTI ED ESALTANTI. Non poteva esserci conclusione migliore!!!
Partiamo alla volta di Genova rivedendo il Pricipato di Monaco, Menton ed arrivando sino a Sanremo-Arma di taggia in statale (la parte italiana e’ funestata dal traffico e dal Caos). E poi finalmente in autostrada per Genova dove mangiamo e prendiamo cio’ che ci serve per il viaggio con la ”Superba” della Grimaldi.

Domenica 10 ottobre; Italia AL PROSSIMO VIAGGIO!!!!

UN GRAZIE IMMENSO ALLA MIA DOLCE MOGLIETTINA (FEDERICA) CON CUI HO POTUTO CONDIVIDERE LE GRANDI EMOZIONI DI QUESTO VIAGGIO!!!!!

Per informazioni potete contattarmi al 347-0897567 o alla seguente mail: rubens33@yahoo.com

Marocco 2004 “Impressioni di un viaggio” di Piero Pieri

Marocco 2004

E’ sera. Disteso su una sdraio nel giardino del mio casale di campagna, nell’alto Lazio, guardo le stelle e cerco di indovinare le costellazioni: grande carro, piccolo carro, la stella polare. Invidio chi, con sicurezza e maestria degna di un navigante di altri tempi, le individua e le mostra ai malcapitati presenti, dando sfoggio di ampie nozioni di astronomia. Io non ne sono mai stato capace. Cerco di immaginare come sarà il cielo nel Sahara, senza inquinamento luminoso e senza tutti i sapientoni delle stelle.

Non posso non pensare all’imminente partenza per il Marocco con la moto, e non posso evitare di “sentire” il mio corpo integro. I tanti racconti di cadute, le statistiche che indicano il Marocco come il paese nordafricano con il più alto tasso di mortalità per sinistri stradali, gli avvertimenti di prudenza nelle prefazioni di tutte le guide lette, mi spaventano e, con spirito ormai rassegnato ad una sensazione che non mi abbandona da molto tempo a questa parte, penso che il mio fisico, al ritorno, potrebbe anche non essere più integro come ora.

Mi alzo, l’incanto è rotto e posso ormai preparare una borsa con poche cose e cercare di dormire.

11/08/04

Un amico mi passa a prendere alle 7,30 della mattina per accompagnarmi a Roma. L’aeroporto di Fiumicino è pressoché vuoto. Sembra quasi irreale. Nei tanti viaggi di lavoro fra Milano e Roma, e nelle tante attese nei due scali aerei, ho sempre avuto modo di soffermarmi sulle stranezze di alcuni personaggi presenti nei gates di attesa, su quanto e cosa leggono, sui pc portatili che non abbandonano mai e sulle chiacchiere inutili, involontariamente ascoltate, fatte in un auricolare del telefono. Oggi, però, questa modesta attività di passatempo mi è negata. Il mio gate ha quattro persone, fra le quali un extracomunitario senza uno straccio di bagaglio. So che è un’idiozia: potrebbe avere al seguito cinquanta valigie che ha provveduto ad imbarcare in fase di check in, ma il mio pensiero corre al dirottamento islamico, ad un attentato alla 11 settembre italiana contro la Torre Velasca o Palazzo Marino. Sul bus siamo in ventisei passeggeri da distribuire su un 737. Trascorro tutto il tempo del mio volo ad osservare “l’islam” seduto una fila davanti a me. Finalmente atterriamo. Milano è poco più afosa di Roma e con un cielo opaco di una tristezza unica. Rino ed Elvira, due dei miei otto compagni di viaggio mi vengono a prendere a Linate. E’ una sorpresa piacevolissima, anche perché del tutto inattesa. Con loro, e grazie a loro, mi lascio trascinare in una sorta di trance agonistico da viaggio. Già siamo proiettati verso la partenza prevista per domani mattina.

Giunto a casa, preparo le borse laterali della BMW, riempio il borsone che metterò al posto del passeggero e stivo le ultime cose. La moto è bellissima. Solo chi cavalca le due ruote può comprendere appieno la sottile soddisfazione che si prova nel guardarla pronta, ritta sul centrale, perfettamente bilanciata nei pesi dei bagagli distribuiti, con cura e precisione quasi chirurgica, sui lati e sulla sella.

Prima di dormire scambio qualche sms con Valentina, mia figlia: ha ereditato da me la passione per le due ruote e mi dice che se avesse una 125 verrebbe con me…

12/8

Il ritrovo è alle 7 in Piazza Belfanti. Sembra una mattinata come tante; un appuntamento per un giro di un centinaio di chilometri di allenamento, come tanti fatti negli ultimi mesi. Invece ci siamo. Il viaggio programmato per tanto tempo, e con particolare cura, sta per iniziare.

Partiamo in sette: Giovanni, Andrea, Rino, Elvira, Laura, Daniela, (del tutto nuova all’esperienza motociclistica) ed io. Cristina ci raggiungerà a Casablanca. Le moto sono vicine e la classica foto è d’obbligo: una Ducati ST2, una Ducati Multistrada, una Kawasaki 750 ZR7, una Kawasaki 500 GPZ, una Ducati Monster 600 Dark, una Bmw 1150 R. Daniela sarà al seguito di Andrea.

Non c’è nemmeno un enduro. Chi ha saputo in precedenza del viaggio, e soprattuto del luogo prescelto, ha espresso forti dubbi sulla affidabilità delle Ducati e sull’inadeguatezza delle Kawa e della Bmw. In cuor nostro siamo convinti del contrario e speriamo che si siano sbagliati.

L’avvicinamento a Genova è tranquillo. Poco traffico e caldo non opprimente. Gli ultimi chilometri ci regalano un bell’acquazzone. Non mi voglio fermare per indossare la tuta antiacqua, con il risultato che arrivo in porto zuppo.

Vediamo la nave al molo e ci prende un senso di scoramento. Le immagini pubblicitarie che la Co.Ma.Nav. divulga sul sito internet paiono del tutto inveritiere. Malgrado sia un traghetto di appena una quindicina di anni, mostra tutta la mancanza di cura nella manutenzione esteriore. Ampi spazi di ruggine a prua, e lungo le fiancate, conferiscono un aspetto triste e poco rassicurante ad una barca acquistata dalla Minoan greca, solo pochi anni prima.

Vediamo le auto in coda per l’imbarco: sono vecchie Mercedes, furgoni sconquassati, station wagon che lasciano spazio solo al guidatore ed al passeggero di fianco, e qualche utilitaria. Tutte stracariche di masserizie, frigoriferi, qualche lavatrice, mobili usati e ciarpame vario. Ci chiediamo come facciano a marciare e come riescano a superare i controlli della Polizia Stradale.

Sulla nave ci saranno, oltre a noi, altri otto o dieci italiani in tutto, di cui, turisti, solo quattro. Il resto sono marocchini e berberi che rientrano in patria, colorati nelle loro vesti originali, qualcuno in tuta, altri in jalab e con vesti strane. Già si sentono a casa e nei loro occhi non si legge quel senso di sgomento che, spesso, si vede quando, in Italia, svolgono lavori che nessuno di noi vuol più fare. In qualche maniera e del tutto inspiegabilmente, quella moltitudine umana, variopinta e vociante, mi infonde un senso di serenità e di tranquillità.

13/8

Il viaggio è abbastanza monotono. Andrea festeggia con noi il suo compleanno. Buona parte della mattina e metà pomeriggio sono destinati all’espletamento di alcune formalità doganali: controllo dei passaporti, apposizione di un visto, dichiarazione di temporanea importazione della moto. Obbligatoria un’assicurazione per la responsabilità civile del modesto costo di 93 euro per un mese! Un vero furto, ma le compagnie italiane non coprono il Marocco e senza una copertura assicurativa del mezzo non si può entrare.

14/8

La mattina ci svegliamo con il c.d. “corno da nebbia” nelle orecchie: non si vede ad un passo e con cadenza ritmica di circa un minuto, un suono prolungato e mesto, rallegra le ultime ore di navigazione.

Solo dopo Gibilterra, la nebbia si alza. Siamo arrivati. Sbarchiamo alle 16,30, ora locale (due ore in più rispetto all’Italia) con un ritardo notevole.

Assolutamente devastanti le formalità doganali a terra. Perdiamo circa due ore per far verificare alla polizia ed alle guardie di frontiera quanto predisposto a bordo. Poi, finalmente, usciamo dal porto e ci tuffiamo nel traffico caotico e disordinato di Tangeri. Quanto letto nelle guide è niente in confronto alla realtà del traffico automobilistico locale. Per due volte, quasi entro con la moto nella portiera di un mini taxi che mi taglia la strada e, dallo specchietto retrovisore, vedo Laura fare altrettanto. Comincio a preoccuparmi.

Nelle vicinanze del porto, la città è veramente brutta e decisamente sporca. Prenotiamo un albergo per il rientro del 29 e, finalmente, usciamo alla volta di Chefchaouene.

Sono 120 chilometri di strada nemmeno tanto brutta, spazzata da un vento abbastanza forte che mi costringe ad un’andatura inclinata quasi da bolina. Prendo un paio di imbarcate anche a causa dell’asfalto disconnesso e rallento un po’.

Chefchaouene appare ai nostri occhi proprio dietro ad una serie di curve e lo sguardo di insieme è veramente bello. Il paese ha una dominante di case bianche ed azzurre che mi ricordano i vicoli    dei paesini del Peloponneso.

Facciamo una gran fatica a trovare un posto per la notte. Tutti gli alberghi sono pieni. Solo al Rif (scopriremo poi che il 75 % degli alberghi in Marocco si chiama “Rif”) troviamo due camere in sette. E’ un albergo assurdo, bagno con la tenda in luogo della porta in una camera, e bagno con una porta che deve rimanere obbligatoriamente aperta, pena l’impossibilità ad utilizzare i sanitari, nell’altra! Il tutto a poco meno di 10 euro a notte, compresa la prima colazione.

La cosa, comunque, suscita una certa ilarità in tutti noi: celie e prese in giro, soprattutto verso Rino, durano per un po’. Ceniamo nella medina in un posto veramente simpatico. Tajine di pollo, cous cous (alla fine della vacanza ci uscirà dagli occhi!) tajine di montone, di carne e di verdura, Coca Cola, acqua e thè alla menta per soli 7 euro a persona!

Ci rilassiamo e, dopo una breve passeggiata per la medina, vuota di persone, ma animata da gatti e gattini, andiamo a dormire, non senza il timore di trovare in camera qualche ospite ad otto zampe.

15/8

Nella camera non ci sono gelosie o tapparelle, ma solo una tenda leggerissima, con il risultato che alle 5 di mattina sono sveglio. Mi affaccio e vedo le moto. Del marocchino che aveva incarico di controllarle durante la notte, al momento, nessuna traccia. Esco nell’aria frizzante della mattina. Chiamo Valentina e Marco faccio loro gli auguri di buon Ferragosto.

Consumiamo una buona colazione, anche grazie ad alcuni dolcetti locali acquistati da Rino ed Elvira dopo la loro corsa mattutina e decidiamo di fare un giro per la città. Il proprietario dell’albergo, gentilissimo e disponibilissimo, ci suggerisce di vedere le cascatelle del torrente che attraversa la città, le donne che lavano tappeti e panni in lavatoi ricavati dalla roccia, e la medina.

Anche questa mattina, la sensazione è di essere in un altro posto, non nel Nord Africa. La cittadina ricorda la Grecia e, sotto la montagna, mi riviene in mente Kalambaca e le Meteore.

La gente è discreta, non ci aggredisce spingendoci ad acquistare la merce esposta nei negozi e non è insistente. Siamo nel Rif e sappiamo che in quelle alture coltivano la marijuana. Quasi ad ogni angolo ce ne offrono un po’ ma, anche in questo caso, al nostro inevitabile rifiuto, nessuno insiste.

Intorno alle 12, lasciamo Chefchaouene alla volta di Meknes. Strada buona e tranquilla ci dicono. In realtà l’asfalto è pessimo. Dietro diverse curve troviamo brecciolino ed Andrea, che apre il gruppo, riesce sempre ad alzare un braccio per avvertirci.

Incappiamo in 4 o 5 chilometri di asfalto liquido, con breccia buttata sopra per fare sottofondo. Nessuna segnalazione stradale preventiva. Faccio in tempo a scalare tre marce, mi impongo di non toccare i freni e lascio andare la moto. Entro in seconda ed i sassi picchiettano moto, giacca, casco. L’asfalto imbratta tutto. Scalo in prima e spero finisca presto.

Quando la strada torna praticabile, ci fermiamo per verificare i danni. La Kawa di Elvira scaldava all’inverosimile: un sasso aveva bloccato la ventola di raffreddamento. Le moto sono una schifezza, ma dovremo tenercele così fino al ritorno.

Dopo 180 chilometri di strada dal fondo variabile, arriviamo a Meknes, città imperiale dalla storia particolarmente ricca.

Programmiamo per il giorno dopo una visita a Volubilis, importante sito archeologico romano, distante pochi chilometri.

16/8

Cristina, per telefono, ci informa di uno spiacevole contrattempo. L’agenzia di viaggi che ha staccato il suo biglietto aereo non ha confermato il volo nelle 72 ore precedenti ed ora, a Malpensa, è costretta ad una lista d’attesa interminabile. In più l’aeromobile della RAM ha un guasto e subisce un ritardo considerevole nella partenza. Anziché in mattinata, come previsto, decollerà in serata e sarà a Casablanca solo intorno alle 23. Giovanni, ed Andrea che si è offerto di accompagnarlo, slitteranno di un giorno il viaggio a Casablanca e vengono con noi a Volubilis.

Il sito archeologico è stupendo.

Mosaici perfettamente conservati e mantenuti,       resti di edifici, bagni, archi di trionfo e porte di accesso alla città ci impegnano per quasi tre ore.

Siamo accompagnati da una guida non ufficiale. Un “ragazzo” berbero di una trentina d’anni, molto serio, molto ben preparato nella lingua italiana e nella storia del sito archeologico, per soli 12 euro complessivi, ci guida attraverso le rovine, per nulla avaro di spiegazioni ed approfondimenti, rispondendo in modo esauriente alle numerose domande di tutti noi. Si chiama Hamid e l’incontro è per noi piacevole e propizio. Il suo approccio con noi è stato discreto, per nulla insistente, e, comunque, molto differente da quello di altre improvvisate guide. E’ dignità la sua, e non mi dà l’impressione di cercare elemosina. Sembra quasi spinto ad offrire la sua conoscenza più che per necessità, per un reale piacere di conversare di storia, di romani conquistatori e di antiche usanze. Gli chiedo di farci da guida anche a Meknes, ma, gentilmente, rifiuta. E’ un berbero, lui, e non un arabo, e non se la sente di venderci ai negozianti della medina.

Dopo averci chiesto il nostro itinerario, ci propone una sosta ad Azrou, sua città natale, crocevia di boschi di cedri, cascate e laghi citati sulla guida, ultimo avamposto prima degli altipiani desertici e rocciosi dell’Atlante. Il programma prevede l’arrivo in mattinata, la gita sino a tutto il pomeriggio, la cena a base di “vero” cous cous casalingo ed il pernottamento. Il tutto per 10 euro a persona, facendo una certa fatica ad “estorcergli” il prezzo: secondo lui dovremmo prima provare ed apprezzare l’ospitalità marocchina e solo dopo, eventualmente, dimostrare la nostra riconoscenza.

Dopo una breve consultazione, accettiamo, offrendo esattamente il doppio, consapevoli che, comunque, è veramente poco.

La giornata termina con un tuffo nella piscina dell’albergo ed una gita nella medina di Meknes.

17/8

Andrea e Giovanni partono di buon ora per Casablanca, mentre tutti noi concordiamo con un tassista extra urbano una gita a Fes, altra città imperiale, famosa nella storia del Marocco. Sono circa 50 chilometri da Meknes, fatti tutti in un’autostrada quasi deserta su una vecchia Mercedes di almeno trenta anni, ad una velocità media di 45 chilometri all’ora. Siamo disperati. Il tassista non parla una parola di inglese, guida malissimo e non conosce minimamente Fes. Riesce a farsi abbordare da una guida non ufficiale che, ovviamente, ci accompagna malamente in giro per la città. L’esperienza è negativa. Mohamed, così si chiama, non sa nulla della storia di Fes, cerca di farci comprare erbe ed artigianato locale e ci lascia nel classico ristorante per turisti. All’uscita non lo vediamo. Di corsa torniamo nel luogo convenuto per l’appuntamento con il nostro tassista. Quasi all’uscita di Fes, ormai certi di aver comunque “seminato” Mohamed, lo vediamo spuntare con un motorino ed il tassista, che non è certo un fulmine di guerra, si fa raggiungere. Gli diamo quanto convenuto non senza coprirlo di insulti per il suo comportamento scorretto e torniamo a Meknes.

In albergo, abbracciamo Cristina e facciamo l’ultimo giro nella medina della città. Visitiamo la Medersa, l’università coranica, ed il mausoleo di Ismail Mullai, feroce fondatore della città.

18/8

Inizia la tappa di avvicinamento al deserto, nostra vera ed agognata meta.

Arriviamo ad Azrou, dove Hamid ci attende presso un distributore di benzina. Andiamo a casa sua e qui iniziano le prime sorprese. La casa, piccolina, è composta da un modesto ingresso, una piccola cucina, e due camere ai lati. Una occupata da altri ospiti, e l’altra per noi. Ci offrono pasticcini, pane con un olio buono, ma con un grado di acidità notevole, e l’immancabile thè alla menta. Mi chiedo dove e come dormiremo di notte, ma preferisco rimandare la risposta. Mi accorgo, con sgomento incredulo, che non c’è bagno. Nell’ingresso avevo notato un piccolo lavandino con una mensola ed un po’ di dentifrici e spazzolini da denti, ma mi ero limitato a registrare la cosa evitando di credere a quanto avevo già capito. L’unica possibilità di esercitare le proprie funzioni corporali riposa in una “turca” ricavata in un sottoscala, senza acqua di scarico, deputando a tale funzione un secchio sotto un rubinetto. Sono disperato, ma rimando il problema sperando, quasi, in un’altra soluzione.

Partiamo per la gita. Hamid sale in moto con me: Elvira e Rino non se la sentono di portarlo, mentre Laura ha una moto decisamente scomoda per un passeggero, mentre Giovanni ed Andrea hanno Cristina e Daniela. E’ senza casco, ma dice che non c’è assolutamente problema. Il problema ci sarebbe, in realtà, perché in Marocco il casco è obbligatorio come in Italia; se cadiamo ed Hamid si fa male, non so proprio come metterla con l’assicurazione, comunque andiamo ugualmente. Polizia locale e Polizia Stradale ci ignorano.

Dopo pochi chilometri di salita, arriviamo in un bosco di cedri popolato di macachi. Pare che quello sia l’unico posto in Marocco ove sono insediate quelle simpatiche bestiole. Mangiano dalle nostre mani dolci e noccioline e facciamo tutto, ma proprio tutto, quello che i naturalisti consigliano vivamente di evitare. Foto a non finire e via per i laghi. La strada è bruttissima, brecciolino dietro ogni curva, stretta e tortuosa, ed alla fine degrada in una pista in terra battuta e sassi. Arriviamo in quello che Hamid ha chiamato “lago”: una landa desolata, popolata da capre, qualche pecora, molte ranocchie, qualche asino ed uno sparuto gruppo di pastori nomadi. L’acqua è un grosso stagno, per niente salubre e per niente pulito. Ripartiamo alla volta dell’altro specchio d’acqua, distante una cinquantina di chilometri. Quando dalla moto lo vediamo, Hamid mi chiede se scendere e fare una sosta. Gli dico di no, che non ne vale la pena, e proseguiamo per le cascate. La strada peggiora e non ne possiamo più.

Le cascate, in realtà, sono un rigagnolo d’acqua che alimenta un torrentello con qualche salto. Piccole rientranze nella roccia a lato, (rectius: caverne) fungono da luogo di sosta e di ristoro. Tappeti stesi per terra aiutano il “turista” a non massacrarsi la schiena.

Un paio di chioschi danno un minimo di conforto con acqua ed il solito thè. Nè un bar, nè un locale per così dire normale, nè un bagno: utilizziamo lo stesso spazio degli animali. Mi sento un cavernicolo e non vedo l’ora di ripartire.

La sera, finalmente ad Azrou, abbiamo conferma che il bagno della casa è effettivamente quello che abbiamo visto la mattina e non c’è alcuna possibilità di lavarsi. Andiamo in un Hammami: Rino che era il più restio a farsi massaggiare da un uomo, cede di fronte al sudore ed alla voglia di lavarsi e, con una riluttanza che scatena ilarità in tutti noi, finalmente, riceve le cure di un esperto in massaggi…..

Il cous cous casalingo è veramente buono, ma le sorprese non finiscono. Dormiamo in otto in 15 metri quadrati di stanza, quattro per terra, e quattro disposti sulle panche intorno al muro.

E pensare che avevo visto un albergo con quattro stelle sulla strada principale…..

19/8

La giornata inizia malissimo: Cristina vede ritirarsi da uno sportello bancario la carta di credito che aveva utilizzato per prelevare del contante. La banca marocchina si rifiuta di riconsegnarla se non riceve precise istruzioni in tal senso dalla banca italiana di Cristina. L’inconveniente si risolve in un paio d’ore. Ripartiamo da Azrou preoccupati perché il viaggio è lungo, non sappiamo le condizioni della strada e, sicuramente, scendendo a sud, farà un caldo impressionante.

La strada si rivela bella, abbastanza dritta, con un buon fondo, e panoramica. Il paesaggio intorno a noi è profondamente cambiato. Dal verde acceso delle coltivazioni ai bordi delle strade e dalle case quasi simili alle nostre, si passa pian piano ad un deserto di pietrisco, roccia vulcanica scura, ad altipiani battuti dal vento e dalla sabbia, ed alle case di un solo piano, rossicce-marroni, rettangolari o quadrate, senza tetto ma con una modesta copertura, ed alle prime Kasbah.

La prima tappa è Errachidia. Tutte case rosse, strade molto larghe e poca gente. Ha un fascino particolare. Decidiamo di proseguire per Erfoud allungando di altri 60 chilometri. Ne abbiamo già percorsi 260, ma la stanchezza, ancora, non si fa sentire. Inizia la valle dello Ziz. E’ uno spettacolo mozzafiato. La strada corre a mezza altezza, sulla sinistra l’altipiano e sulla destra, in basso, il fiume. Non lo vediamo: è completamente coperto dalle palme verdissime e, questo, è l’unico colore che si vede oltre al rosso della sabbia e delle poche kasbah. Da un punto panoramico, vediamo lo Ziz: le sue palme si snodano come un serpente per diversi chilometri, sino a morire nel pieno Sahara.

Arriviamo ad Erfoud e, visti gli scarsi alberghi, scendiamo a Merzouga. L’Algeria è a meno trenta chilometri, l’Erg Chebbi, la grande Duna, si staglia alta alla nostra sinistra.

Siamo arrivati. Troviamo posto a pochi metri dalle dune in una Kasbah che, con soli 15 euro a notte, ci garantisce riposo, prima colazione e cena.

Guardo i due giardini interni, soffusamente illuminati, alzo gli occhi al cielo e vedo, finalmente le stelle che, invano, tentavo di immaginare solo poche sere prima in Italia.

20/8

Ci svegliamo alle 6, pronti per un giro con le Land Rover sulle dune.

Rino è stato malissimo durante la notte: febbre alta e brividi che seguono un paio di giorni di forti disturbi intestinali. Non sappiamo se attribuire il suo stato alla stanchezza del viaggio (il giorno prima abbiamo percorso più di 400 chilometri in un’unica tappa fuori da ogni autostrada) ovvero ad una infezione, o, ancora, al fatto che, sordo ad ogni nostro monito, ha fatto lunghi tratti di strada sotto un sole cocente….in canottiera! Prende uno dei miei antibiotici e decide di venire con noi sulle dune. Lo sconsigliamo, ma non se la sente di rimanere nella kasbah sotto un caldo soffocante (non abbiamo aria condizionata).

In effetti è caldissimo, ci saranno già almeno 40 gradi, ma almeno è secco.

Il giro si rileva da subito entusiasmante. Visitiamo un villaggio di negri, ex schiavi ormai liberati dalla loro condizione ed ascoltiamo la loro musica tribale.

Ci portano in una cava di kajal: una buca profondissima da dove viene estratta una pietra che contiene il kajal.

Pochi chilometri più oltre, giungiamo in una spianata piena di centinaia di fossili.

Un accampamento di nomadi costituito da una tenda, una casa di argilla e paglia ed un pozzo, sono l’unico patrimonio di un vecchio di almeno 80 anni, peraltro portati benissimo. Ci bagniamo la testa, e ci rinfreschiamo, avendo cura di non bere, anche se la tentazione è forte. Rino sta un po’ meglio, ma, in compenso, Elvira comincia a febbricitare.

Ripartiamo per giungere in cima ad una duna dalla quale lo spettacolo è fantastico. Al di sotto, un’oasi di palme si stende per qualche centinaio di metri quadrati. E’ abitata, e due bambini corrono, scalzi, per raggiungerci. Vogliono venderci delle bamboline fate da loro. Ne compriamo quattro e siamo profondamente inteneriti, anche se i marmocchi sanno far bene i loro affari….

Diciamo ad Elvira e Rino di rientrare, non ce la fanno più e si vede lontano un miglio, ma loro vogliono andare ugualmente avanti, almeno fino a quando Elvira non si stenderà sul sedile della Land Rover e non arriveremo in una kasbah, dove riusciremo a rinfrescarci facendoci una doccia quasi interamente vestiti. Beviamo diversi litri d’acqua e ci riposiamo ascoltando tre pezzi di percussione eseguiti dalla nostra guida, Hassan.

Elvira, finalmente, si lascia convincere a tornare in albergo, mentre noi proseguiamo per una passeggiata a piedi su una duna. Ci saranno 50 gradi e la sabbia è intoccabile.

La sensazione, comunque, è unica ed indescrivibile. Abbiamo percorso, in quattro ore, circa 120 chilometri, passando fra una duna ed un’altra, attraversando piste molto battute e piste meno trafficate, compresa quella sulla quale è transitata la mitica Parigi Dakar. Abbiamo ammirato il disegno della sabbia dopo l’azione del vento, il cambiamento di colore a seconda della posizione del sole, il silenzio assoluto e la mancanza di ogni richiamo alla civiltà ed ai consumi ed abbiamo capito di essere veramente in un altro mondo.

Solo al ritorno, pian piano, una parvenza di civiltà di viene incontro sotto forma di magazzino artigianale nomade. Entriamo ed ognuno di noi si lascia convincere ad un piccolo acquisto. Chi non lo fa subito, lo rinvia al giorno seguente. Decidiamo, infatti, di rimanere quanto sarà necessario per la guarigione di Elvira e Rino e, quindi, ce la prendiamo veramente comoda.

Stanno ancora molto male ed Elvira annuncia che l’indomani, alle 5, indipendentemente dalle sue condizioni se ne andrà per raggiungere le Gole del Dades, in montagna, dove, spera, farà più fresco. Ci spiazza, non riusciamo a convincerla della pericolosità del suo intento e non resta che sperare che le sue condizioni migliorino o che, almeno, “rinsavisca”.

21/8

I nostri compagni stanno sempre molto male. Le condizioni di Elvira sono decisamente peggiorate e viene colta da una crisi isterica. Si lascia convincere da Hassan e dal proprietario della Kasbah a farsi fare dei massaggi sul viso, sulle spalle e sul petto con il sapone di Marsiglia. Pare, secondo loro, che sia un rimedio eccezionale. In effetti è così. Nel giro di poche ore la febbre sarà scomparsa del tutto.

Noi usciamo ancora nel deserto, questa volta con le moto.

Solo Giovanni, Andrea ed io ce la sentiamo di prenderle. E’ un po’ faticoso per via della sabbia finissima. Mi pianto con la ruota di dietro ed affondo. Ho commesso l’errore di fermarmi e di non “navigare”. Riesco comunque ad uscire da solo da quell’impantanamento       asciutto e raggiungo il limite estremo della prima duna. Ci fermiamo lì e scattiamo diverse foto. Ci raggiungono tanti bambini. Sono bellissimi e di una tenerezza infinita. Ci chiedono una cartolina dal nostro paese per vedere dove viviamo, qualcuno vuole salire sulle moto e noi lo accontentiamo. Hassan li lascia salire sul tetto della Land Rover e loro gridano felici. E’ incredibile, ma lo spettacolo mi commuove.

Nel pomeriggio, circa verso le 18, usciamo di nuovo, diretti verso le dune dietro la nostra kasbah. Questa volta siamo a piedi, la sabbia è più fresca e soffice. Capiamo subito che sarà bellissimo. Si sta bene, non fa più molto caldo e man mano che ci addentriamo verso l’interno delle dune ci invade una sensazione di pace, di gioiosa trepidazione e di curiosità. Ci lasciamo rotolare più volte lungo i fianchi delle dune ed assistiamo alla metamorfosi del colore della sabbia man mano che il sole tramonta. Rientriamo fra le mura rassicuranti della Kasbah che è quasi buio.

22/8

Ci svegliamo alle 5,30. Cerchiamo di fare più in fretta possibile per assecondare il desiderio di Elvira e Rino che vogliono partire con il fresco. Purtroppo in albergo non hanno ancora preparato la macchinetta manuale per le carte di credito e la prima colazione è in ritardo. I nostri due compagni sono già pronti, con le moto cariche e già vestiti. Visti i tempi differenti che governano le nostre soste, i nostri risvegli ed i nostri ritmi, decidono di partire e di staccarsi dal gruppo, saltando anche la prima colazione. Restiamo intesi che ci sentiremo con qualche sms in serata.

Alla fine siamo pronti. Ripercorriamo la pista che conduce sulla strada asfaltata ma, prima di lasciare definitivamente l’Erg Chebbi, ci fermiamo, spegniamo il motore della moto ed ascoltiamo il silenzio del deserto. Le dune sono di un rosa pallido che cambia intensità in modo quasi visibile man mano che il sole si alza. Ancora una volta sono abbagliato dalla bellezza del luogo. Faccio fatica a riaccendere il motore ed ingranare la prima. Mi concentro sul nastro di asfalto e non guardo più alla mia destra.

Raggiungiamo nuovamente Erfoud e da lì prendiamo una deviazione per Ouarzazate. La strada non è particolarmente bella, la sabbia in molti punti ha invaso la carreggiata ed occorre prestare molta attenzione. Il paesaggio cambia rapidamente. Dalla sabbia rossa e dal deserto si passa al c.d. Jebel, altipiano, cioè, di roccia e pietra vulcanica, arido e senza nulla. Arriviamo alla valle del Draa. Non è particolarmente bella né panoramica come alcuni ci avevano anticipato ed il viaggio fino ad Ouarzazate è, tutto sommato, monotono. Non riusciamo nemmeno a raggiungere un simpatico albergo con ristorante gestito da un belga situato nelle gole del Dades vista la pista non asfaltata lunga circa 23 chilometri. Arriviamo ad Ouarzazate in serata, giusto in tempo per un bagno turco nell’Hammami dell’albergo e per un rapido incontro con Rino ed Elvira alloggiati altrove.

23/8

Finalmente consumiamo una prima colazione a buffet, mangiando tutto il possibile!

Partiamo da Ouarzazate nella tarda mattinata, dopo aver chiesto al locale ufficio turistico di trovarci un riad a Marrakech. L’ottimo francese di Giovanni, ancora una volta, ci trae d’impaccio. Prenotiamo e mandiamo un sms a Rino ed Elvira, partiti già da un bel pezzo, con l’indirizzo.

La strada per Marrakech è faticosa: sono più di 200 chilometri che “spezziamo” con tre soste di ristoro. Saliamo sino a quasi 2.000 mt di altitudine, con una serie infinita di curve e tornanti, facendo anche fatica a sorpassare camion e pullman. La geologia dei luoghi cambia in continuazione. Da una tonalità ocra delle montagne a ridosso di Ouarzazate, si passa ad un bel giallo, per poi finire, nelle vicinanze di Marrakech, ad un rosso mattone pressoché uniforme. Entriamo in città, passando dalla medina, violando un divieto di accesso, e prendendoci una serie di insulti in arabo e berbero del tutto incomprensibili. Finalmente sbuchiamo nella mitica pizza Jma el Fna proprio verso l’imbrunire, quando inizia a popolarsi di banchi e banchetti di ambulanti che cuociono carne alla griglia. Qualche difficoltà a trovare il riad, poche centinaia di metri in un’isola pedonale, ma alla fine giungiamo a destinazione. Lasciamo le moto in un bruttissimo garage sulla piazza, buio, sporco e dall’aspetto poco rassicurante. Caricano tutte le borse ed i bagagli su un carretto e ci accompagnano in albergo.

Il riad è veramente bello, con una terrazza adibita a ristorante all’ultimo piano e camere piccole ma, tutto sommato, pulite.

Consumiamo una cena decisamente buona e programmiamo la giornata seguente.

24/8

Alle 8,30 ci incontriamo con una guida ufficiale. Ci scorta, a piedi, per le tombe Sahadiane, per il quartiere ebraico, al mercato del pesce, alla Medersa di Ben Jussef e nella medina. E’ inevitabile una visita in una erboristeria ed in un negozio di artigianato locale, peraltro carissimo. I marocchini, anche quelli seri ed “ufficiali”, come il nostro, proprio non ci riescono. Non possono fare a meno di lucrare sui turisti portandoli nei vari negozi e botteghe…..Non mi sfugge l’avvicinamento di un ragazzo che, con scaltrezza e discrezione, infila fra le mani della nostra guida un rotolo di banconote.

La mattinata termina con un giro nella piazza, mentre, nel pomeriggio, seguiamo il suo consiglio di fare il giro delle mura della città in carrozzella. Idea pessima: un vento fortissimo, che alza sabbia e terra, spazza la città oltre le mura e ci impedisce ogni vista, peraltro poco interessante.

A cena incontriamo due amici di Cristina da poco arrivati dall’Italia ed in partenza per un giro nel sud come il nostro.

25/8

Completiamo la visita della medina da soli. La città non entusiasma nessuno: è puzzolente, sporca, poco affascinante a, tolta la piazza, non è diversa dalla altre realtà cittadine del Marocco. Il caldo è opprimente, quasi peggiore di quello del deserto, visto un tasso di umidità decisamente maggiore. Non vediamo l’ora di andarcene.

Rino ed Elvira, sono già partiti da un pezzo. Ormai i nostri compagni sono sempre in anticipo e non viaggiano più con noi.

Alle due di pomeriggio, fradici di sudore, carichiamo le moto e volgiamo “la prua” verso Essaouira, una fra le più belle cittadine dell’Atlantico. I 180 chilometri di strada quasi dritta, li percorriamo in breve tempo, con un paio di soste, giungendo in città verso le 18. L’albergo che troviamo non è male: c’è una piscina, è tranquillo ed è a pochi metri dalla spiaggia, frequentatissima di bagnanti e bambini.

E’ molto fresco, ma costantemente nuvoloso. Rino ed Elvira, in città da prima di pranzo, suggeriscono di mangiare in una serie di banchetti ove vendono pesce fresco, cucinato immediatamente dopo averlo scelto, alla brace. Non male l’idea, anche se un piatto di gamberi arriva quasi crudo ed uno dei quattro astici sembra avariato! Il tutto, comunque, per 15 euro a testa.

Dopo cena facciamo una passeggiata nella medina che si rivela, da subito, affascinante.

26/8

La giornata ad Essaouira è del tutto tranquilla e rilassante. Iniziamo il nostro giro cittadino sotto un cielo plumbeo che, via via nel corso della giornata si apre. Ripercorriamo tutte le vie viste la sera prima. Oggi, naturalmente, i negozi e le botteghe sono aperti e curiosiamo un po’ ovunque. Buona parte della mattinata, visto l’imminente ritorno di Cristina a Milano, con un volo prenotato, ma senza un posto di fatto riservato, la trascorriamo al telefono con l’agenzia viaggi di Milano. Mandiamo anche un fax di diffida. Seguiamo con ansia gli sviluppi della vicenda.

Il giro della cittadina è piacevole e rilassante. E’ pulita, ed i marocchini non sono assillanti come nei posti sino a allora visitati. Perdiamo Rino ed Elvira che, evidentemente stanchi delle nostre soste, proseguono il giro da soli. Li ritroveremo solo in serata in albergo.

Tutti i prezzi praticati per i vari generi merceologici sono esposti al minimo: ad Essaouira i commercianti non trattano.

Mi capita un fatto veramente spiacevole: entro in un negozio e tratto (poco) l’acquisto di due babbucce per Marco e Valentina. Il negoziante mi chiede 130 dirham. Al ragazzo negroide consegno 200 dirham ed attendo il resto di 70, dicendogli che a Marrakech le avrei pagate solo 120 dh. A questo punto mi chiede 120 dh, facendomi intendere che mi avrebbe restituito i 200 appena dati. Invece si tiene i 120 dh, e mi dà il resto di 70 che aspettavo. Nulla più. Non sente ragioni. Chiamo Giovanni e gli altri e lo minaccio di chiamare la polizia locale e quella turistica. Andrea, Cristina e Laura escono da negozio e vanno a chiamare un poliziotto.

Arrivano un militare dell’esercito ed un poliziotto urbano. Il francese perfetto di Giovanni chiarisce i fatti, ma fanno ancora gli gnorri. Perdo la calma, dico che vado a chiamare la polizia turistica (ben più severa di quella locale) ed alla fine, quasi di autorità, mi riprendo i 200 dh, restituisco i 70 e mi faccio ridare i 120 dh. Ovviamente gli piazzo le babbucce sul banco!

Il giro prosegue lungo le mura spagnole fortificate. Cristina compra una collana di corallo, Laura un tappeto e due lampade di pergamena, io due piccoli paralumi. Ce ne andiamo di gran carriera, consapevoli che, avanti di quel passo, potremmo acquistare l’intero paese!

27/8

Siamo pronti per partire per Casablanca. Rino ed Elvira sono già in viaggio. Daniela è non è stata benissimo durante la notte. Forse l’astice della sera immediatamente precedente la giornata di ieri, o i gamberi poco cotti le hanno fatto male. Non se la sente di partire, ha un febbrone da cavallo; ha un mancamento e, con Andrea, l’adagiamo sul letto. Si riprende un po’, ma chiaramente, teme un viaggio, sia pure come passeggera, così lungo. Casablanca, penultima tappa, è a 350 chilometri!

Verso l’ora di pranzo, propongo di chiedere alla reception dell’albergo se c’è la possibilità di farla accompagnare, con noi al seguito in moto, con un taxi. Daniela, senza isterismi e di buon grado, accetta la soluzione. Non abbiamo molto tempo a nostra disposizione. Il giorno dopo l’aereo attende Cristina ed i problemi ancora da risolvere per la sua prenotazione sono tanti!

Partiamo intorno alle 14,30: il taxi con Daniela davanti e noi dietro. Ogni tanto Daniela, che è distesa sul sedile posteriore, si alza e getta uno sguardo dietro di sè per vedere se ci siamo. Spero che la nostra vista la rassicuri e la tranquillizzi. Arriviamo a Casablanca alle 20,30. Daniela sta un po’ meglio, ma è molto affaticata. Mangia qualcosa di leggero e si distende. Terminiamo la serata in un Mc Donald del centro. Dopo giorni e giorni di cous cous e tajine, apprezzo oltremisura il doppio cheese burger con le patatine fritte.

28/8

Siamo in aeroporto per tempo. Malgrado tutte le difficoltà incontrare per trovare posto sull’aereo che ricondurrà Cristina a Milano, confermate sino alla sera prima, al check-in staccano, senza fare una piega, la carta d’imbarco. Tiriamo un sospiro di sollievo. Indugiamo con lei per un po’, perché facciamo fatica a separarci. Rino scalpita per ripartire e, alle 13, la lasciamo. E’ un strappo, la guardo mentre si incammina verso l’ingresso dei “voli in partenza” e, pur consapevole che fra qualche giorno la rivedremo a Milano, sento già la sua mancanza. Resta negli occhi di tutti noi il suo sguardo, il suo sorriso dolce ed aperto, mentre nella nostra mente, in un attimo, riviviamo l’allegria dei giorni passati insieme.

Daniela sta decisamente meglio, si è ripresa in fretta, sale in moto e si dichiara pronta per partire. La strada per Tangeri scorre veloce sotto le nostre ruote. E’ tutta autostrada, senza nulla di interessante da vedere. I quasi 400 chilometri, li percorriamo in poco meno di cinque ore, con una sosta piacevole, dopo Rabat, da Pizza Hut. A Tangeri ultimo pieno e a nanna per l’alzataccia della mattina successiva.

29/8

Il nostro viaggio in terra marocchina è terminato. Dopo 2.700 chilometri percorsi, attendiamo di salire sulla nave (la stessa che ci ha portato qui) per poterci riposare e dormire. E’ in ritardo: finiamo per imbarcarci alla 15, anziché alle 11 previste. Questa volta le formalità sono brevi, velocissime e facilitate da una mancia ad funzionario della dogana.

Durante il viaggio non facciamo altro che dormire e bighellonare da un salone all’altro. Arriviamo a Genova alle 23, circa, del 31 agosto, con un ritardo di oltre sei ore sulla tabella di marcia originaria. E’ fresco, una corsa in autostrada ed i saluti al casello di Milano.

Giovanni e Laura mi accompagnano quasi fino in garage. Li abbraccio.

1/9

E’ sera. Sono atterrato da poche ore all’aeroporto di Fiumicino e lo stesso amico che era venuto a prendermi per accompagnarmi in quello scalo venti giorni prima, mi ha riaccompagnato nel mio casale di campagna.

Disteso su una sdraio in giardino, guardo le stelle. Ora so come è il cielo nel Sahara e rivivo, con la mente e con il cuore, la sensazione stupenda di quell’immensità silenziosa ed incombente.

LE TAPPE:

GENOVA-TANGERI

TANGERI – CHEFCHAOUENE

CHEFCHAOUENE – MEKNES

MEKNES – AZROU

AZROU – MERZOUGA

MERZOUGA – OUARZAZATE

OUARZAZATE – MARRAKECH

MARRAKECH – ESSAOUIRA

ESSAOUIRA – CASABLANCA

CASABLANCA – TANGERI

TANGERI – GENOVA

Per un totale di 2.700 chilometri, circa, percorsi in 15 giorni.

Di Piero Pieri

Creta Fly & Ride 2004

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Venerdì 19 03 2004 partenza ore 06.30 da casa del rettile.

Nevio, Massimo e Sgracchio da qui per Milano Linate.

Viaggiamo tranquillamente a 100 kmh perché siamo in largo anticipo e tra una cazzata e l’altra, arriviamo casello Melegnano.
Aeroporto di Milano Linate, i vigili sono più testardi come dei muli, non hanno neanche la pazienza di fare scaricare i bagagli, ogni tanto ci vorrebbe un; ma va a …..
Parcheggiato, check in fatto, ok ci imbarchiamo e via per Atene e poi Creta per la seconda volta consecutiva.
Quest’anno abbiamo una new entry; il Rettile.
Siamo ad Atene e dobbiamo attendere circa 3 ore il volo per Heraklion, ma tra una cazzata e una presa per i fondelli, il tempo scorre inesorabilmente.
Ci siamo, dopo 30 minuti atterriamo: Arrivare in Grecia è per me, come tornare a casa.Ci sono stato molte volte, sia in aereo che in moto. Annusare gli odori quando si arriva nel porto o negli aeroporti,gli odori delle botteghe dove vendono l’ouzo o dove preparano la pitta kebab mi riempie di gioia. L’odore del rosmarino…e poi quella grecita’, quel modo di essere che a volte invidio. I tavolini delle osterie dove passare le serate pasteggiando a Tzaziki, Moussaka’,Souvlaki.La Grecia mi piace molto. E poi c’e’ un’atmosfera rilassata ovunque.
Usciamo dall’aeroporto e sulla destra ci sono loro, tutte e quattro in file pronte per noi, l’adrenalina schizza a 1000, se al posto loro ci fossero state 4 top model, non sarebbe stato lo stesso.

Alituccio pesante di Ingo, addetto delle Eurobikes , un misto tra aglio ed un camion di nafta.
Espletate le solite formalità Sgracchio comincia con il lamentarsi che le luci della sua Transalp non vanno, allora il meccanico smonta sella, carter ecc, ecc ed in 15 minuti aggiusta tutto.
Fortuna che mi ero raccomandato di controllare le moto, fortuna le gomme sono tutte nuove.

Nel frattempo Nevio ed il Rettile raggiungono l’albergo Lato già prenotato dal Donzello Tours ( come sempre fedele compagno/tour operator)
Cenetta in una locanda vicino all’albergo a base greek salad ed kalamarakis contando i vari tamarri che con le loro auto abbassate e dalle mille luci, i lori impianti stereo degni del Filaforum di Assago, ci tengono compagnia.

Durante la notte alcune grida ci svegliano di soprassalto; era Sgracchio che urlava nel sonno; no mamma no chissà cosa sognava!!! Naturalmente lui continuava a dormire.

Sabato 20 03 2004

Al mattino si parte in direzione di Rethimno seguendo la vecchia strada, ci fermiamo a fare benza, Massimo credendo di aver messo il cavalletto laterale, sdraia la moto per terra, l’addetto al distributore ci chiede: Valentino Rossi? “ e non siamo ancora partiti.
Va, bé andiamo, ogni tanto vedo la Xt600 del rettile che fuma nero e mi accorgo che ha il minimo alto, anche lui non si capacita e non trova il registro, pur avendola “ costruita su di lui”, a fine mattinata avrà consumato un set di freni per questo motivo.
Dopo un tot. Di km, ci fermiamo per fare il punto: sono alla sinistra del Rettile e guardando sotto il serbatoio della sua moto, vedo un pulsante nero, dico: Davide prova a spingerlo? Di colpo la moto assume il suo minimo regolare, e fortuna che la moto l’avevano costruita su di lui, a Davide, ma va …….
A parte tutto come sempre panorami mozzafiato, quest’ anno è più secco dell’anno scorso, nel 2003 trovammo abbondanti nevicate, quest’anno invece è molto secco.

Arriviamo a Rethimno verso le 11.00 e ci facciamo un caffè in riva al mare al sole, la temperatura è di 23° e stiamo veramente bene.   A noi basta poco per divertirci, 2 curvette, una bella motoretta e via.
Rifacciamo bene o male lo stesso percorso del 2003, arriviamo a Microkefala e troviamo la prima pietraia per la gioia del rettile, difatti parte in quinta, io e Nevio lo osserviamo come si osserva un bimbo che gioca, e pensare che a parte Sgracchio siamo tutti ultra quarantenni, a proposito, Sgracchio è sempre indietro.

Dopo varie foto di rito, si riparte in direzione di Chora Sfakion per sosta pranzo. Pranzo in un classico porticciolo Greco con greek salad, kalamarakis e vino bianco. Tot 30,00 euro.
Si riparte facendo 10 km di strada tipo Stelvio ( e non scherzo quando dico cosi) per vedere il paese di Loutro dall’alto, si raggiunge solo in barca o per una stradaccia sterrata degna di Meoni e c.
Ritorniamo indietro in direzione di Chania dove il Donzello tours ha prenotato per noi Hotel Casadelfino,doccia e via a mangiare un per Pitas giros e 4 passi.

Alle 23.00 a nanna, tra russi e altri sinistri rumori….

Domenica 21 03 2004

Di nuovo in sella alle nostre enduro in direzione delle gole di Samaria, le più profonde d’europa, strada mitica, ricca di tornanti, tratti misti, alberi di aranci, siamo carichi, via verso questa nuova avventura che finisce subito; abbiamo perso Sgracchio.

Ci fermiamo e aspettiamo, dopo 10 minuti arriva con calma, la moto va ad un cilindro.
Proviamo a smontare la candela, a cercare di capire qualcosa, ma niente la moto non va.
Non ci resta che buttare giù dal letto Ingo, il quale ci da appuntamento sulla strada con un’altra moto.
Ci dividiamo, Sgracchio ritorna indietro e noi proseguiamo per le gole.
Nel 2003 c’erano alcuni pullman di scuole ed gli alunni si tiravano le palle di neve, quest’anno c’è sempre il sole ma è molto più secco.

Foto di rito fattaci da un americano e via verso Elafonissi passando da Palia roumata, negli sterrati il rettile esce di cotenna, sono sicuro che prima o poi me lo ritrovo sdraiato per terra, nel cercare la strada giusta         ne imbocchiamo una sbagliata che ci porta verso una base militare, quando vediamo il militare uscire con il fucile, comprendiamo di non essere graditi, dietro front e via indietro, chiediamo ad un ragazzo dove in inglese ci dice di prendere la tale strada, appena inforcata, dopo 500 metri un tipo con un coltellaccio in mano ci sbarra la strada e con la testa ci fa cenno che di li non si passa, come dargli torto? Aveva appena “ fatto fuori un caprone” e vi risparmio la scena.
Alla fine riusciamo a trovare la strada sterrata che da Paleochora porta a Elafonissi, la famosa spiaggia di sabbia rosa dove dicono ci sia il corallo.
Le indicazioni indicano 17 km, ma alla fine risulteranno 30, come al solito il rettile va in fuga come Indurain e ci vedremo più avanti, io e Nevio viaggiamo di conserva ha 500 mt di distanza per evitare polvere e sassi.
E Sgracchio ? trovo un sms dove mi dice che ha una Xt 600 anche lui e da Chania ci stà raggiungendo a bomba a Elafonissi, mi fermo e lo chiamo, sta bestemmiando in sardo con un greco per le indicazioni.
Arriviamo in spiaggia ed il rettile si fionda sulla spiaggia a fare 2 numeri, ci facciamo riconoscere come al solito da quei pochi camperisti tedeschi, difficile resistere alla tentazione di girare sulla battigia.

Si riparte andando in contro a Sgracchio che oramai dovrebbe essere in zona, difatti incrociamo un “proiettile” blu con la guida ingrugnita alla Ukawa, ma non ci vede subito, solo a 10 mt di distanza ci riconosce, frenatone a mò di testacoda ed il gruppo si riconpatta. Sono le 15.30 ed non abbiamo ancora mangiato, troviamo una taverna e ci mangiamo una greek salad tanto per cambiare. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia, non tanto ma arriveremo col buio e questo a me non piace come agli  altri. Tiratona a bomba verso hotel Mithos di Rethymno naturalmente prenotato dal solito tour operator, viaggiamo a 120 kmh orari e con queste enduro 650 di cc mi sembra di fare i 200 kmh ed non è solo la mia sensazione, si potrebbe fare di più, ma la strada non mi dà troppo fiducia.

Arriviamo alle 19.15 dopo che il sole è gia tramontato da circa ½ ora ed il Rettile, vuoi per la stanchezza, vuoi per la fame, vuoi per la voglia di una doccia, vuoi chissà per quale altra cagata, gli scende la catena         inveendo contro di me accusandomi di aver fatto tardi, dopo ci confesserà che scendendo dalla moto aveva spento anche il cervello altre che la moto. Doccia e via a mangiare al ristorante Simphosium, dove con circa 60,00 euro il gruppo mangia e beve veramente bene con spiedini di pesce spada, pomodori e peperoni ripieni al riso ecc, ecc.

A nanna presto come al solito.

Lunedì 22 03 04

Si riparte in direzione sud est, verso Spili, la strada è bella asfaltata e incita la guida veloce, ce la ricordavamo anche l’anno scorso, lasciamo la strada principale e prendiamo verso Patsos, Pantanassa, Vistagi; è un susseguirsi di curve , sali e scendi in mezzo a vari alberi di castagno e ulivi, però il tempo non è bello ed ogni tanto accendo le manopole riscaldate, arriviamo a Platanos per sgranchirci un po’ le gambe ed i ragazzi ne approfittano per vedere qualche tipico negozietto.
Si riparte in direzione di Zaros e poi per arrivare ad una bellissima baia di nome Lentas, la strada è una meraviglia, ci sembra di essere in costiera Amalfitana, ma qui non c’è traffico è l’asfalto è ottimo, il tempo si rimette.
Ci fermiamo ancora alla Taverna Elpida e la con stupore la vecchietta si ricorda di noi, pensa te i casi della vita!!
Pranzo a base di Kalamarakis e greek salad con annaffiatura di vino bianco, foto e via di nuovo.
Ripartiamo verso la città di Ierapetra passando da vari paesi, colori ed paesaggi, ne approfittiamo per fare una fote con un Pope.

Il bello di Creta è questo; la varietà di paesaggi, colori che si incontrano, i locali sempre così gentili, insomma credo che sia unica nel suo genere e mai stancante, anche perché le condizioni climatiche la possono cambiare radicalmente.
È anche la patria di noi “bambini motard”, specialmente io ed il rettile,è bello ogni tanto incontrare le strade asfaltate ma sdrucciolevoli, derapate, frenate, fortuna che la polizia non ci becca.
Arriviamo a Ierapetra e perdiamo Nevio e Sgracchio, aspettiamo, aspettiamo, dopo 15 minuti arrivano:
Nevio nel partire a razzo scivola e rompe leggermente la leva del freno, niente di preoccupante per fortuna.
Ierapetra non è un gran che e secondo noi non ne vale la pena, difatti siamo nel punto dove l’isola è più stretta,
siamo a solo 12 km di distanza dalla parte nord di Creta  Proseguiamo per Agios Nikolaus strada costiera appena asfalta ed arriviamo al Hotel Panorama proprio sul porticciolo è un po’ fatiscente e non tenuto a regola, però abbiamo la vista mare col balcone e ci chiedono  Euro. 17,00 a testa con colazione. Serata alla ricerca di un ristorante, il Rettile fa bancomat, ma glielo frega la banca; aveva digitato il codice italiano anziché quello per l’estero. Cena a base di pesce, Greek salad e vino Retzina.

 

Martedì 23 03 04

Si riparte in direzione di Sitia, il tempo è nuvoloso e non c’è sole, pazienza, sono 70 km di curve una dietro l’altra, in macchina sarebbe un calvario, ma in moto è uno spettacolo, arrivati a Sitia proseguiamo pe la famosa spiaggia di Vai quella con le palme, è bellissima vederla fuori stagione, peccato per il sole, è cosi vuota, senza quella marea di ombrelloni che rovinano il contesto, le palme sono tantissime ed molto alte.
Proseguiamo fino alla fine de promontorio ma anche qui c’è una base militare e prima che venga fuori qualcuno col fucile torniamo indietro.
Ad un cero punto ci dividiamo: io e Nevio proseguiamo per Zato Zakros per vedere un po’ di sud est e la valle della morte ( si chiama così solo perché seppellivamo i propri cari in quella valle) ed il Rettile e Sgracchio ritornano a Heraklion per visitare Cnosso.

È molto bella questa baia sul mare, poca confusione e tanto relax, altro che la parte nord che sembra una Rimini. Proseguiamo per una strada sterrata di colore rossa per la terra che si usa nei campi da tennis ed arriviamo passando dalla famosa valle, a Xerokambos. Anche qui un paese favoloso per la sua tranquillità, solo camere in affitto, un paio di taverne ed una spiaggia di 2 km, il posto migliore dove rilassarsi e leggere. Proseguiamo di nuovo verso Ierapetra fermandoci a gustare un Pitas giros sul mare, è l’ultimo che ci gusteremo.
Ripartiamo di nuovo verso Agios Nikolaus, ed autostrada a bomba per Heraklion.

Il viaggio per l’edizione 2004 finisce qui.

Conclusioni:

Anche se era la seconda volta consecutiva che facevamo questo viaggio, ( nel 2003 la parte est non la facemmo)

Le condizioni climatiche ci hanno fatto vedere un’altra Creta, quest’anno era più secco, mentre l’anno scorso avevamo trovato più neve è più verde.

Per girarla basta una enduro piccola in modo da potersi avventurare in sterrati e stradi piccole, con le maxi ci sarebbero sei seri problemi quando devi girare su te stessi.

Ci sono ancora tanti percorsi da scoprire ma ci vorrebbero tanti giorni, meglio così, almeno abbiamo una scusa con le mogli per ritornarci.

Un saluto a tutti dal Davide ( Rettile), Nevio (Neviakis) Roberto ( Sgracchio) ed io Pietro Massimo Donzello